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di  Monica Vendrame

C’è una nuova parola che torna a circolare con toni allarmistici: hantavirus. E, ancora una volta, sembra di assistere a un copione già visto.

Prima il vaiolo delle scimmie, poi la cosiddetta “malattia X”, poi un’altra minaccia ancora. Ogni volta un nuovo nome, ogni volta una nuova paura, ogni volta un’emergenza pronta a occupare il centro della scena.

La domanda, allora, è inevitabile: che cosa sta realmente accadendo?

L’hantavirus delle Ande è una malattia collegata, in termini pratici, al contatto con escrementi o secrezioni di roditori. Eppure oggi viene raccontata come se fosse l’inizio di una nuova catastrofe globale. Si parla di una nave da crociera di lusso, rimasta per mesi nel Sud del mondo, soprattutto nell’area dell’Argentina meridionale, e poi arrivata nei pressi delle Canarie. A bordo sarebbero stati individuati diversi casi di hantavirus, con alcuni decessi.

Una vicenda grave, certo. Nessuno lo nega. Ma da qui a trasformarla in una nuova psicosi mondiale il passo è enorme.

La nave è stata bloccata in rada, poi in porto. I passeggeri non sono stati fatti sbarcare subito alle Canarie. La Spagna ha infine accettato l’arrivo dell’imbarcazione. Nel frattempo, secondo quanto raccontato, alcuni passeggeri si sarebbero allontanati prima che il virus fosse identificato con certezza, quando già a bordo si parlava di condizioni difficili. Da lì sarebbe scattato l’allarme, con l’OMS chiamata in causa e i media pronti a rilanciare il tema dell’hantavirus come nuova possibile emergenza.

Il punto centrale, però, non è soltanto sanitario. È anche politico, mediatico ed economico.

Perché ogni volta che sembra mancare un’emergenza bellica, ne compare una pandemica. Ogni crisi diventa uno strumento per tenere le persone in uno stato permanente di agitazione, di dipendenza, di sospensione. L’anno scorso era la malattia X, prima ancora altri virus, altre sigle, altri scenari. Il meccanismo sembra sempre lo stesso: costruire una narrazione dell’allarme, alimentare l’ansia collettiva e, nello stesso tempo, aprire spazi enormi per interessi economici già pronti a muoversi.

Ed è qui che entra in scena Moderna.

Proprio mentre cresce l’attenzione sull’hantavirus, Moderna avrebbe comunicato di essere già al lavoro su un vaccino a mRNA contro questo virus. Non un progetto appena immaginato, ma uno studio già avviato, condotto insieme a centri di ricerca internazionali. La coincidenza colpisce: mentre il mondo viene spinto a guardare con timore alla nuova emergenza, un grande gruppo farmaceutico dichiara di avere già un prodotto sperimentale in fase di studio.

I dati vengono presentati come promettenti e subito il mercato reagisce. Le azioni Moderna salgono, gli analisti rivedono le valutazioni, gli investitori ritrovano interesse. E così una vicenda sanitaria diventa anche una vicenda finanziaria.

Non è un dettaglio secondario. Moderna aveva già annunciato da tempo l’intenzione di portare sul mercato numerosi prodotti basati sulla tecnologia mRNA. Dopo la stagione dei sieri Covid, però, gli affari non sembravano procedere con la stessa forza. La fiducia di una parte del pubblico si è incrinata, gli investitori si sono fatti più cauti, le azioni hanno subito contrazioni. In questo contesto, l’hantavirus arriva quasi come una possibilità inattesa di rilancio.

E allora la domanda diventa scomoda: siamo davanti soltanto a un’emergenza sanitaria, oppure anche a una nuova occasione amplificata per sostenere una filiera economica già pronta?

Chi sta sperimentando un prodotto non dirà mai che i risultati sono deludenti, che la fase di studio presenta criticità o che servono ancora molte verifiche. Dirà, al contrario, che il prodotto è promettente, che la ricerca procede bene, che esiste già una possibile risposta. E così, ancora una volta, la soluzione sembra comparire quasi contemporaneamente al problema.

La narrazione è nota: c’è il virus, c’è l’allarme, c’è la paura, e poi c’è il vaccino. Magari con la richiesta, esplicita o implicita, di accelerare le procedure, comprimere i tempi, ricorrere a meccanismi emergenziali già visti durante il Covid. Il tutto in nome della sicurezza, dell’urgenza, della necessità di agire presto.

Ma proprio questa urgenza dovrebbe imporre cautela, non automatismi.

Nel frattempo, anche dalle istituzioni sanitarie internazionali arrivano segnali di contenimento dell’allarme. Ed è difficile sostenere il contrario, se si parla di numeri limitati rispetto alla popolazione mondiale. Eppure la macchina della paura sembra essersi già messa in moto.

La nave prosegue verso la Spagna, i passeggeri sono in quarantena, chi è malato dovrà essere curato adeguatamente. È possibile che alcuni decessi siano avvenuti anche perché la malattia non era stata individuata in tempo e quindi non sono state attivate subito le terapie più opportune. L’auspicio, naturalmente, è che la situazione rientri, che i contagiati vengano assistiti e che l’episodio si chiuda senza ulteriori conseguenze.

Ma resta il problema più grande: la trasformazione di ogni episodio sanitario in un detonatore di isteria collettiva.

Non si può vivere costantemente sotto ricatto emotivo. Non si può passare da una crisi all’altra, da una minaccia all’altra, da un’emergenza all’altra, come se la società dovesse restare perennemente in stato di allarme. La paura non può diventare il principale strumento di governo delle persone. E la salute pubblica non può essere confusa con il panico organizzato.

L’hantavirus va seguito con attenzione, certo. I malati vanno curati. I contatti vanno controllati. Le autorità sanitarie devono fare il loro lavoro. Ma un conto è la prudenza, un altro è la costruzione della psicosi. Un conto è informare, un altro è terrorizzare.

Il problema non è negare l’esistenza delle malattie o minimizzare il dolore di chi si ammala. Il problema è un altro: una parte sempre più ampia dell’opinione pubblica non sopporta più l’uso permanente della paura come linguaggio politico e mediatico. I commenti, le reazioni, il malessere diffuso parlano chiaro: la gente è stanca di emergenze annunciate, di allarmi continui, di crisi che si sommano a crisi. Chiede serietà, non panico. Chiede informazioni, non terrorismo emotivo.

E soprattutto, ogni volta che un’emergenza viene annunciata, bisognerebbe chiedersi chi ci guadagna, chi arriva già pronto con la soluzione, chi vede salire le proprie azioni, chi ottiene finanziamenti, attenzione, potere contrattuale e centralità politica.

Perché ormai il punto è proprio questo: non basta più ascoltare la parola “emergenza” e obbedire. Bisogna guardare dietro le quinte. Bisogna chiedersi quali interessi si muovano insieme alla paura. Bisogna rifiutare l’idea che l’unico modo per proteggere la salute sia vivere permanentemente terrorizzati.

Di emergenze vere il mondo ne ha già abbastanza. Quello che non serve è un’altra stagione di panico, di slogan, di prodotti pronti, di mercati in festa e cittadini di nuovo inchiodati all’ansia.

La paura non può essere il nostro destino. E soprattutto non può diventare, ancora una volta, il motore di un nuovo business.

 
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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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