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di Tony Casalnuovo

Le parole, soprattutto se pronunciate da un giornalista professionista, hanno sempre un peso a dir poco importante. Sovente, infatti, possono tagliare e ferire come lame, specialmente se sono rivolte a soggetti fragili.

Il protagonista di questa scivolata su una buccia di banana, o di una m***a pestata, in base ai gusti, è l’ex direttore de “La Stampa” Massimo Giannini, attualmente editorialista de “La Repubblica”. Ospite di Giovanni Floris a diMartedì, programma in onda su La7, commenta così: «La longevità è sicuramente un pregio, ma è condizione necessaria, tuttavia, non sufficiente per fare un buon governo. Il governo è come un essere umano, tutti siamo contenti se un essere umano vive fino a 100 o 110 anni, ma bisogna vedere in che condizioni ci arriva. Se passa gli ultimi venti anni della sua esistenza immobile, su una sedia a rotelle e a non fare nulla, è inutile che sia vissuto così tanto. La stessa cosa vale per un governo: questo governo, ormai siamo quasi a quattro anni, non ha fatto una sola riforma reale che ha cambiato la vita degli italiani. Ne ha fatte tre, una peggio dell’altra: una è stata bocciata dalla Corte Costituzionale, ovvero quella sull’autonomia differenziata, quella sulla giustizia è stata bocciata dagli italiani, mentre l’ultima, sul premierato forte, è su un binario morto. Questo è il governo più longevo dopo quello di Berlusconi».

Sul fatto che Giannini, in modo più che legittimo, critichi aspramente il governo Meloni animato da una idiosincrasia ideologica senza dubbio rispettabile, non c’è nulla da eccepire. Ma non è questo il punto, perché la figuraccia barbina che ha rimediato è relativa all’ignominioso paragone fra la longevità della maggioranza e la vita di una persona disabile, come potrebbe essere qualcuno costretto a vivere su una sedia a rotelle, considerandola di fatto, ascoltando le sue testuali parole, un’esistenza «inutile».

Questo, più che giustamente, ha suscitato la sacrosanta indignazione di molti soggetti fragili in carrozzina. L’editorialista de “La Repubblica”, invece, spesso saccente e tracotante nei suoi interventi, ha calpestato la sensibilità umana di persone che, pur vivendo in condizioni di estremo disagio, conducono la loro esistenza con toccante dignità.

Lui, uomo molto vicino a idee politiche di sinistra, quindi almeno in teoria particolarmente attento ai diritti di tutti, in questo caso anche a quelli dei soggetti fragili, non solo ha evitato di chiedere scusa in modo forte e chiaro, ma si è ridicolamente giustificato parlando di «accuse strumentali».

Chissà cosa sarebbe successo se l’autore di questo squallido e disgustoso parallelismo fosse stato un direttore o un editorialista di un giornale più filogovernativo. Magari, dall’altra parte della barricata, si sarebbero incatenati per strada, avrebbero bloccato il traffico, si sarebbero arrampicati su un palo della luce in segno di protesta.

Invece, nel caso di Massimo Giannini, neppure il conduttore Floris ha pensato subito, all’istante, di dissociarsi da un’affermazione offensiva e disdicevole come quella del giornalista romano. Forse sarebbe stato un atto di lesa maestà nei riguardi di un noto campione mondiale di umanità come Giannini?

Ma tanto si sa: la sperequazione di giudizio, in particolar modo in Italia, sta diventando sempre più uno sport nazionale, quasi come il calcio. E anche nel giornalismo, purtroppo, è presente praticamente all’ordine del giorno.

 

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