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di  Monica Vendrame

C’è un punto oltre il quale la tutela smette di somigliare alla protezione e comincia ad assomigliare a una punizione. E quel punto sembra essere stato raggiunto nella vicenda dei bambini Trevalion, i figli della cosiddetta “famiglia nel bosco”.

Una delle bambine, tra le più piccole, è stata ricoverata in ospedale per un problema respiratorio. Una situazione delicata, certamente preoccupante, come lo è sempre quando un bambino finisce in un reparto ospedaliero. Eppure, anche davanti alla malattia, anche davanti alla fragilità di una figlia che avrebbe bisogno prima di tutto della presenza dei suoi genitori, la madre non ha potuto starle accanto liberamente.

È questo l’aspetto più inquietante: nemmeno l’ospedale, nemmeno un momento di paura, nemmeno la sofferenza di una bambina sono bastati a sospendere quella distanza imposta tra figli e genitori.

A novembre quei bambini sono stati allontanati dalla famiglia con la motivazione, più o meno esplicita, che i genitori non sarebbero stati in grado di prendersi cura di loro. Si è parlato di condizioni inadatte, di stili di vita incompatibili con il benessere dei minori, persino di episodi sanitari usati come prova di presunta trascuratezza. Ma ora che una bambina si ammala mentre si trova in una struttura protetta, mentre è affidata a un sistema che avrebbe dovuto garantirle sicurezza, cura e stabilità, nessuno sembra porsi la stessa domanda con la stessa severità.

Se fosse accaduto in casa dei genitori, probabilmente sarebbe stato interpretato come l’ennesimo indizio contro di loro. Sarebbero arrivate accuse, sospetti, insinuazioni. Si sarebbe parlato di negligenza, di incapacità, forse di arretratezza culturale. Invece, se accade lontano da loro, dentro il perimetro istituzionale, allora tutto sembra diventare un semplice incidente, una circostanza, una fatalità.

Ed è proprio qui che la vicenda mostra tutta la sua sproporzione.

La malattia può capitare a chiunque. Può capitare nelle famiglie più attente, nelle case più ordinate, nei contesti più controllati. Ma allora perché ciò che per alcuni è una fatalità, per altri diventa una colpa? Perché lo stesso evento cambia significato a seconda di chi ha in mano la narrazione?

Secondo quanto emerso, i genitori sarebbero stati informati solo successivamente del ricovero. Il padre non sarebbe stato raggiunto subito telefonicamente; la madre, a quanto pare, non sarebbe stata contattata immediatamente. E anche quando è stato consentito loro di vedere la bambina, ciò sarebbe avvenuto in forma sorvegliata, regolata, accompagnata, come se la presenza di una madre o di un padre accanto a una figlia malata fosse qualcosa da contenere, da monitorare, da autorizzare con cautela.

Ma che idea di famiglia abbiamo costruito se un genitore, davanti al letto d’ospedale di sua figlia, deve essere trattato come un pericolo da vigilare?

Qui non si tratta di negare il ruolo dei tribunali, dei servizi sociali o delle istituzioni preposte alla tutela dei minori. Ci sono casi in cui intervenire è necessario, doveroso, urgente. Ma proprio perché il potere di separare un figlio da un genitore è enorme, forse uno dei più grandi che lo Stato possa esercitare nella vita privata di una famiglia, dovrebbe essere usato con estrema prudenza, con motivazioni chiarissime, con proporzionalità assoluta.

In questa storia, invece, resta una domanda sospesa: qual è davvero la colpa di questi genitori?

Dalle informazioni disponibili non emergerebbero patologie psichiatriche tali da giustificare una rottura così drastica. Non emergerebbe un quadro di violenza o abbandono nel senso più grave del termine. Emergono, piuttosto, uno stile di vita diverso, scelte non convenzionali, un modo di abitare e di crescere i figli lontano dagli standard comuni. Ma la diversità non può essere automaticamente tradotta in inadeguatezza. Vivere diversamente non significa, di per sé, amare di meno, curare di meno, educare di meno.

Eppure, intorno a questa famiglia, si è costruito un racconto pubblico spesso sbilanciato. Per settimane si sono divulgati dettagli sulle abitudini dei bambini, sulle loro condizioni, sul loro modo di vivere, sul loro livello di istruzione, sulla loro quotidianità più intima. Allora la privacy sembrava una questione secondaria. Oggi, invece, quando una parte della stampa prova a raccontare anche l’altra faccia della vicenda, la riservatezza dei minori diventa improvvisamente il tema principale.

La privacy dei bambini è sacra, certo. Ma non può diventare un velo da calare solo quando serve a impedire domande scomode.

Una bambina malata non dovrebbe diventare il terreno di una battaglia burocratica. Davanti a un letto d’ospedale, la prima domanda non dovrebbe essere: “Chi autorizza la visita?”. Dovrebbe essere: “Come facciamo a non lasciarla sola?”.

E invece siamo qui, ancora una volta, a chiederci se in nome della tutela non si stia producendo una ferita più profonda di quella che si pretendeva di curare.

Se davvero quei bambini sono stati portati via per stare meglio, allora è legittimo chiedere: stanno davvero meglio?

E se la risposta non è chiara, allora il silenzio non è prudenza. È complicità.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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