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Giusto Calvi (nella foto) nasce a Bassignana, piccolo comune della provincia di Alessandria il 20 maggio del 1865 da una famiglia di agricoltori benestanti. Oltre che autore dei volumi di poesie “Ore d’ozio”e “I senza patria”, pubblicati rispettivamente nel 1892 e nel 1899 dalla tipografia “Giovanni Farina”, è fondatore e/o cooperatore di diversi giornali, sia in Italia che all’estero. Calvi è stato definito tra i letterati più di rilievo, vissuti tra l’ottocento e il novecento. Sin dall’ adolescenza si rivela sensibile ai problemi sociali e alla differenza di condizione tra i poveri e i ricchi, temi per i quali si occuperà e lotterà fino alla fine dei suoi giorni. Per questo motivo si iscrive prima al partito repubblicano, per poi passare all’internazionale socialista.
Frequenta l’università a Roma, laureandosi in lettere, filosofia e storia. Nel 1887 rientrato nella sua provincia assume l’insegnamento presso il Ginnasio di Valenza, città dove trascorrerà diversi anni della sua breve esistenza.
Nel 1889 fonda sempre a Valenza con l’amico avvocato Alfredo Compiano il giornale locale “Avanti” di ispirazione socialista, dove attacca con foga le classi borghesi della città, ma i suoi articoli non sono graditi, per cui gli viene vietata la pubblicazione del giornale e tolta la cattedra d’insegnamento.
Nel 1894 si trasferisce negli Stati Uniti, vi resterà fino al 1898; in questi anni dirige diversi giornali, da “Il Vesuvio” a Filadelfia, al “Colombo” a New York, e “La sentinella” a Richmond. Nel frattempo sposa Anna Springer dalla quale ha una figlia che chiama “Libertà”.
Rientrato in Italia per un breve periodo a Milano sarà ospite delle patrie galere per motivi politici.
In seguito sempre a Milano, diventa redattore della “Vita internazionale”, organo che si occupa di pace e giustizia.
Dopo questa parentesi milanese rientra a Valenza dove fonda il giornale “La scure”, organo dell’associazione proletaria valenzana.
Nel 1904 viene eletto deputato per il partito socialista italiano, carica che ricoprirà fino al 1906, quando viene colpito da una grave infezione alla gola, continuerà comunque a dirigere il giornale fino alla sua morte il 17 giugno del 1908.
Nel 1909 esce postumo il volume “Versi” edito dalla casa editrice “Renzo Streglio”.
Sulla lapide commemorativa affissa nella sua casa di Valenza, è scritto: “In questa casa con fede antica Giusto Calvi Poeta Cittadino Tribuno bandì primo in Valenza la nuova religione della giustizia sociale”.

Concludo con una breve poesia tratta dalla sua raccolta poetica:

 

MUORE L’ANNO

De la scarne nocche batte san Silvestro
sovra i bronzi cristiani l’ultime ore,
ne la bruma, e par lamento,
passa il suono e l’anno muore.

Ne la fiamma dei tuoi baci, sperdi, io Lilia,
sperdi questo triste suon di funerale,
e la morte a noi dell’anno
rida come uno sponsale.

A la vita ed a la morte! Scorran Lilia,
or degli avi le vendemmie ne’ bicchieri:
lieve ai morti sia la terra
lieve ai vivi i lor pensieri!

 "....Ad un certo punto, quell'uggia, quell'orrore indefinito con cui l'animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto ma atterrito, più che d'ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; e all'ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all'osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscio de' piedi nel fogliame, tutto tacendo d'intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorio, un mormorio d'acqua corrente. Sta in orecchi: n'è certo; esclama: è l'Adda!"

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Nòsside nacque alla fine del IV secolo a. C. a Locri Epizefiri (Reggio Calabria).  Nessuno sa chi sia stata realmente Nòsside, questa donna colta che ci ha lasciato bellissimi versi, ma essa è uno dei simboli della trascorsa grandezza della Magna Graecia, di cui, senza dubbio, fu la più grande poetessa.
Sono poche, dunque, le notizie che ci sono giunte su di lei.
Sappiamo che fece parte di una confraternita femminile consacrata al culto di Afrodite (Venere per i Romani), dea della bellezza e dell'amore e che era di nobile famiglia. Forse Nòsside ci affascina anche perché è avvolta nel mistero del tempo: troppi sono i secoli trascorsi. Eppure, anche se è bello immaginarla, conoscerne il vero aspetto fisico non è importante: di un poeta fondamentale è la sua poesia,i versi in cui il nostro essere s'immerge alla ricerca di una perfezione interiore che plachi il nostro inquieto desiderio d'assoluto.


Di Nòsside ci sono giunti solo 12 epigrammi (brevi componimenti) tutti di 4 versi, per un totale di 48.
La sua lirica si pone come un canto alla vita, all'amore, alla bellezza nelle sue varie componenti. Rimane un tratto costante della sua tensione poetica, che si avvale di raffinate allusioni,una personalità prorompente e passionale, tipicamente magno greca.
E' famoso un suo celebre epigramma: "Straniero, se navigando ti recherai a Mitilene dai bei cori,/per cogliervi il fior fiore delle grazie di Saffo,/di' che fui cara alle Muse e la terra locrese/mi generò. Il mio nome, ricordalo è Nòsside. Ora va'".
In altri componimenti, con l'acutezza di un solo verso, descrive la ricchezza interiore delle figure che tratteggia, molte delle quali sono care amiche sue, di cui mette in risalto le doti più belle: di Callò la soavità e la grazia, di Taumareta la delicata e giovane allegria, di Melinna la dolcezza, di Sabetide la maestà e bellezza.
Infine, in un altro epigramma, è intenta a tessere, insieme alla madre Teofili, una tunica di bisso (lino) da offrire alla dea Hera Lacinia, il cui tempio si trovava a Crotone e di cui oggi è rimasta in piedi una sola colonna: "Hera venerata, che spesso dal cielo venendo/l'odoroso Lacinio scendi a guardare/accogli la veste di bisso che assieme a Nosside figlia/spendida tessè Teofili di Cleoca".
E' proprio questo epigramma sembra smentire le congetture fatte su di lei,lasciando spazio a una sola possibilità: Nòsside apparteneva a una famiglia aristocratica, perché tessere a quel tempo una tunica di lino, tessuto elegante che veniva in genere usato per vesti lussuose, e possedere la cultura necessaria a scrivere così bellissimi versi, erano prerogative della classe nobiliare.

 

di PIER GIUSEPPE ACCORNERO

«Amico degli orfani, delle persone devote, delle vedove, fervente nello spirito, amante del bene». Così i Padri della Chiesa nei primi secoli definiscono il diacono. «Anello di congiunzione o ponte di collegamento tra il vescovo, i presbiteri e i laici» lo chiama un padre della Chiesa del XX secolo, padre Michele Pellegrino, cardinale arcivescovo di Torino.
Nella storia di questa istituzione si inserisce Benito Cutellè, un calabrese che negli anni del «miracolo economico» approda a Torino dove, insieme alla carriera professionale e alla vita familiare, si dedica agli altri e al diaconato.
I diaconi, come Benito, si lasciano «prendere per mano da Dio»; si impegnano a elargire la sua Parola e a diffondere il suo Regno tra quanti non lo conoscono o se ne sono allontanati; aiutano gli uomini e le donne di oggi a riprendere il dialogo con il Signore. Tra le sue numerose esperienze diaconali primeggiano l’evangelizzazione dei pescatori a Mergellina (Napoli) e la «Mensa del povero» in una parrocchia torinese.
Questo volume vuole rendere testimonianza dell’enorme bene che i diaconi permanenti fanno alla Chiesa, alla società, alla città.

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