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Oggi incontriamo Maurizio Boco, ideatore e direttore della Fonderia delle Arti, struttura polifunzionale che accoglie tra le sue mura arte allo stato puro. Uno spazio vitale e di espressione dove svariati campi del mondo dello spettacolo possono trovare ed hanno trovato casa. Come in passato questo era un luogo che fondeva metalli ora è un luogo magico che riesce a fondere, musica, teatro, cinema fotografia ed arte in generale. Ci troviamo a Roma in via Assisi 31 a pochi passi dal centro della città in uno spazio che ha saputo riqualificare la vecchia fonderia adattandola alle nuove necessità riuscendo al tempo stesso a mantenere l'antico fascino strutturale.

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di Virginia Murru

Nel corso di un’intervista lo dichiarò con grande convinzione: ‘.. nella vita non avrei potuto fare altro che il giornalista..’ E davvero è difficile immaginarlo nelle vesti di un’altra qualunque professione, sembrava naturalmente ‘forgiato’ per raccontare fatti e resoconti secondo il suo personale osservatorio, in assoluta indipendenza, in totale autonomia di pensiero, come dovrebbe essere il giornalista autentico, e non come invece accade nella realtà dei nostri tempi. Con la sua disarmante schiettezza, seppe tenere lontane le lusinghe del potere, rinunciando anche ad incarichi importanti, istituzionali, pur di restare un uomo libero, e soprattutto un giornalista non soggetto a vincoli o pressioni che avrebbero condizionato l’esercizio della professione. Ai grandi editori delle testate giornalistiche con le quali aveva collaborato, con diversi ruoli, amava ripetere: - ’lei è il proprietario del giornale, io sono il padrone..’ – sottolineando così la distanza di competenze, e soprattutto l’esigenza di restare il cane sciolto che sentiva d’essere. 

Fedele alle sue opinioni dunque, e all’informazione, nonostante il codice di deontologia dei giornalisti risalga al 1998, Montanelli l’etica ce l’aveva nel sangue, in quel suo carattere diretto e aperto, ma rispettoso di chi non condivideva le sue opinioni. Non aveva mai nascosto le sue simpatie per il regime fascista. In una trasmissione televisiva condotta da Bisiach ‘L’ora della verità’ (1972), gli fu chiesto di parlare dei suoi rapporti col fascismo, ed egli, com’era sua abitudine, non celò né rinnegò la condivisione di un ideale giovanile certamente maturato in contesti sociali ben precisi, dove le suggestioni morali e ideologiche avevano spesso ragione dei ragazzi ancora in via di formazione. Montanelli rispose che certo era stato sensibile al mito di Mussolini; del resto il modo in cui la vita veniva prospettata nel corso della sua giovinezza era accattivante, e pertanto non rinnegava i suoi vent’anni, ‘stupidi e bellissimi’ allo stesso tempo. Anche nell’essere umano più coerente e inflessibile verso i propri ideali, si manifestano nel tempo atteggiamenti che possono sembrare contradditori, nonostante in realtà si tratti dell’irriducibile conferma del proprio modo d’essere.

Il fascismo lo aveva conquistato, ma evidentemente c’erano aspetti del sistema che non poteva condividere, e la prova di questa sua fedeltà furono i reportage di guerra dalla Spagna nel 1936. La sua ironia sull’esito della battaglia di Santander, non piacque al Duce, il quale diede disposizioni affinché fosse cancellato dall’albo dei giornalisti. Ci fu in seguito anche un processo a suo carico, dal quale si svincolò con la solita arguzia, al punto che,‘il contenzioso’, si fermò in fase istruttoria e non arrivò mai in sede di giudizio. Questo era Montanelli, libertà d’essere senza sottostare a pressioni di alcun genere, costasse anche il peggio.In definitiva simpatie per un regime totalitario e reazionario, ma desiderio insopprimibile di libertà d’espressione. Un’altra prova di questa sua apparente incoerenza con il fascismo la troviamo nel corso della guerra, quando per assoluta convinzione verso i risvolti rovinosi dell’alleanza con la Germania, aderì dopo l’8 settembre, a ‘Giustizia e Libertà’, un movimento antifascista creato da Rosselli ed Emilio Lussu a Parigi, dopo l’evasione dal confino al quale erano stati condannati dal regime.

Montanelli, in seguito all’adesione al movimento, diventò un ricercato dei tedeschi, i quali riuscirono in breve a scoprirlo e a condurlo in carcere, dopo avere emanato nei suoi confronti la condanna a morte. Si salvò solo grazie all’intervento di un prelato, importante esponente della chiesa, e infine evase dal carcere con l’aiuto dei proprietari del ‘Corriere della Sera’, giornale per il quale collaborava già da diversi anni. Il regime e la guerra che esso scatenò, furono la prova del nove per chi aveva realmente creduto nel fascismo, e per coloro che si erano lasciati affascinare, ma con le opportune riserve e la libertà di restare in un piano di critica verso il ventennio della dittatura. Essere liberi significava non aderire mai totalmente agli ideali altrui, significava non ‘svendere’ mai al ‘migliore offerente’ il proprio credo, anche quando il rischio era quello di finire davanti ad un plotone di esecuzione. Montanelli, come tanti altri che finalmente avevano osservato e giudicato il vero volto del fascismo, dimostrò d’essere capace di queste prove. E’ doveroso dire che, in ogni caso, alla fine del conflitto, come uomo e giornalista, non fu mai del tutto assolto dall’opinione pubblica, E davanti ai risultati della guerra e alle responsabilità del duce e i suoi gerarchi, era inutile affermare che si era sempre comportato da uomo libero, pagandone anche il prezzo in diverse circostanze..

In ambito giornalistico raggiunse ogni traguardo possibile, era noto in Italia e all’estero, ottenne prestigiosi riconoscimenti per l’attività svolta, ricoprì cariche di massima importanza diventando direttore di testata, e collaborando a tante iniziative editoriali, pubblicazioni di notevole spessore, come ‘La Storia d’Italia’. Divenne anche membro dell’Accademia della Crusca, e si adoperò per difenderne il ruolo quando questo fu messo in discussione.

Lo spirito libero di Montanelli emerge da tutte le vicissitudini della sua lunga esistenza, egli è infatti scomparso nel 2001 all’età di 92 anni. Nei suoi articoli era pungente e talvolta ironico, ma soprattutto evitava con cura gli orpelli delle convenzioni, la spontaneità e la chiarezza erano peculiarità evidenti del suo carattere, e questo era anche il giornalista, che aveva svolto la sua attività in ogni angolo di mondo, in particolare durante gli anni più duri dell’ultima guerra. Era autentico anche in circostanze informali, per esempio nel corso di un’intervista a Graziano Mesina nel 1992, Indro aveva allora 83 anni, ma professionalmente era lucido come sempre. L’incontro con Mesina avvenne in Piemonte, dove l’ex primula rossa del Supramonte scontava la sua pena, in regime di libertà condizionale, dopo 26 anni di carcere, 9 avasioni, 30 tentate evasioni.. Un fenomeno, la bestia nera dei responsabili delle carceri in cui veniva trasferito, data la sua inclinazione a sfuggire ai controlli e tentare l’ennesima fuga, una beffa per ogni direttore degli istituti penitenziari in cui veniva tradotto.

Montanelli, tramite un altro giornalista, lo raggiunse dunque in Piemonte, Mesina lo incuriosiva e gli ricordava anche il periodo dell’infanzia trascorso in Sardegna, ben 5 anni a Nuoro insieme al padre, trasferito in qualità di preside al Liceo Asproni, Indro aveva solo 8 anni all’epoca. Nell’intervista, che si impegnò a non pubblicare, emersero anche questi ricordi, che ogni tanto interrompevano gli episodi raccontati da Mesina, tra una fuga rocambolesca e l’altra.. Montanelli lo rassicurava circa la domanda di grazia che egli aveva inoltrato al Presidente della Repubblica, fino ad allora senza esito. ‘Vedrai che se ti comporterai bene, senza altri affronti alla giustizia, arriverà anche la liberazione dall’incubo che stai vivendo..’ E Grazianeddu gli credeva, conoscendo la sua ostinazione e lo stile di quel carattere deciso, pronto a sfidare ogni ostacolo. Alla fine dell’intervista, nel congedarsi, gli disse che era comprensibile che scalpitasse, non amando il morso.. ‘Voi sardi siete peggio di noi toscani!’ – ‘Comunque – aggiunse piano – se decidesse di scappare ancora può sempre venire a casa mia!’

E anche qui emerge il Montanelli più autentico, le sue ‘evasioni’ dai conformismi ‘del mestiere’, quel suo sapere andare oltre le misure, se necessario, senza risparmiarsi in slanci e soprattutto senza mettere morsi al suo modo d’essere.

In definitiva era forse la personalità che lo attraeva in Mesina, allegoricamente egli rappresentava quello che sentiva davvero d’essere stato: fuga continua dalle insidie del potere, disimpegno dai ricatti, condizionamenti. Egli aveva saputo trovare sempre gli strumenti giusti per spezzare quelle sbarre, anche solo accennate, o proposte sotto forma di privilegi o incentivi professionali vari, dei quali non aveva neppure necessità. La libertà di scrivere e pensare se l’era sempre guadagnata sul campo, era quel cavallo di razza con i finimenti e la giusta bardatura che ogni giorno portava con sé, incurante dei giudizi altrui. E così quando gli fu offerta l’opportunità di arruolarsi nelle fila di qualche partito, rispose seccamente no, che non si sarebbe mai messo al servizio della politica. Qualche personalità di spicco gli propose perfino un posto nel proprio mausoleo di famiglia.. Ed egli che diplomatico non era, quella volta se la cavò proprio con la diplomazia, rispondendo con un detto latino che significa ‘non ne sono degno..’

Pronunciò una lunga serie di no, fu corteggiato da tanti, lusingato, tentato, ma egli non si lasciò mai irretire, proseguì a briglie sciolte, rigettando sempre l’insidia del morso..
E infine rispose no anche al Presidente della Repubblica, che volle nominarlo senatore a vita.. Il potere proprio non si conciliava con la sua indole. Ringraziò, ma rifiutò, senza giustificazioni, non ce n’era bisogno. In un’intervista poi commentò: ‘.. un giornalista, col potere, è meglio che stia a distanza di sicurezza..’ Finissimo insegnamento, come tutti gli altri che ci ha lasciato. 

 

Oggi parliamo un po’ con un poeta calabrese molto conosciuto negli ambienti e nei concorsi della sua regione e nel resto d’Italia, Gregorio Magazzù. Gregorio è di Palmi, bella e attiva cittadina situata in una splendida location sul mar Tirreno, di per sé già fonte di ispirazione poetica per i suoi scenari.

Il mare occupa certamente una funzione cardine nei versi del poeta palmese. Il movimento delle onde, la risacca, le conchiglie sapientemente descritti nei suoi versi accompagnano le vicende umane come il ritmo della vita stessa. Il mare è soprattutto amore per la sua terra e rappresenta la prospettiva privilegiata per osservare il mondo. Dalle acque cristalline assaporate da una panchina Gregorio si proietta in vicende di umana sofferenza per scoprire “Tragedie e speranze” di “poveri corpi, inermi ….risparmiati dal mare in tempesta…o…in balia dei pesci”.

In una versificazione scorrevole ma non priva di immagini forti e di un costante utilizzo del linguaggio sensoriale, Gregorio ci parla della sua vita, dei suoi amori e dei genitori scomparsi. Il ciclo delle sue vicende segue un ritmo regolare nei versi, quasi il poeta cercasse di imitare inconsapevolmente il movimento delle onde ed assaggiare il salmastro delle acque.

Il linguaggio denso di simboli lascia trasparire forti passioni che si caricano di luci e ombre e del supporto della notte che accompagna i desideri.

Non manca, infine, l’immagine femminile, figura ammaliatrice e simbolo della donna amata. Forte è comunque il rispetto per quella ninfa oggetto del desiderio, troppo spesso purtroppo “vittima dell’umana follia….quando il lupo cattivo delle favole s’incarna nell’uomo”.

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di Arianna Di Presa

Semiramide rivela il cuore inquieto di una donna in cerca di pace.

La sinuosità femminile è la caratteristica primordiale dell'opera di Nadia Ferrari, un pathos sventrato e ancestrale che coinvolge costantemente l'anima dei fruitori. Un messaggio fortemente analitico dove il pianto senza lacrime è calato nel vento fatale intriso nel dolce movimento dei capelli che si posano fragili sul viso. Una solitudine trafelata e dialogica che si dipana lungo le tessiture di un'interiorità sempre in disequilibrio tra le dolorose gioie e i fugaci successi. La regalità è la sfumatura ultima che funge da sfondo algoritmico per decantare emblemi poetici e sublimi all'insegna di una vita patita e avvertita nelle lugubri viscere del sentimento defunto e poi risorto.
L'opera è ora esposta presso la Venice Art Gallery all'esposizione collettiva "La Primavera nell'Arte" diretta dallo Storico e Critico d'Arte contemporanea  Giorgio Gregorio Grasso.

< Semiramide>
Qualcosa l'aveva sventrata
nei palpiti ancestrali
a braccia aperte
nel suo bramoso petto
per cancellare remote calunnie
e lasciare la via maestra
alle vittorie poetiche,
emblemi insuperabili
profumati d'incantevole alloro,
regni sfarzosi
di regale interiorità.

Giusy Mellace è una donna del sud, calabrese di nascita con alle spalle esperienze molto positive nel mondo dello spettacolo e in quello teatrale. La sua scelta, il suo sogno, la sua visione, però, è stata quella di dedicarsi alla produzione e alla distribuzione di spettacoli in una terra, quella del meridione d'Italia che, tendenzialmente, tende a mettere i bastoni tra le ruote a chi è donna.

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