di Anna Maria Stefanini

20 milioni di dischi venduti, 32 album pubblicati, una "vita spericolata", affascinante, coinvolgente. Tutto il resto è noia. Il 30 marzo 2013, ci lasciava uno dei più grandi cantanti e poeti della musica italiana, Franco Califano, istrione e guascone, principe e artista insieme, sprezzante e brillante, clochard e borghese nell’anima, angelo e demone, un genio: il Califfo.

Lusso, donne bellissime, serate sfrenate, fra bollicine di champagne e feste proibite, Califano ebbe anche problemi con la giustizia. Persino i detenuti più temuti, quando finì in carcere, lo chiamavano “Maestro” e lo trattavano con immenso rispetto.

Tuttavia, sebbene la sua condotta morale non sia stata integerrima, le sue canzoni e i testi da lui scritti sono rimasti nella storia della musica. 

Molti viterbesi ricordano quando venne a Viterbo, alla discoteca di via Cattaneo, il Vitty Club, nel 2007. Socievole con tutti, con la sua voce roca, l'accento romanesco e il suo modo di fare da "poeta maledetto", conquistò i presenti.

Avvinghiato ai piaceri del lusso e alle tentazioni più sfrenate, alla vita dissoluta e brillante, a volte però disse di sentirsi estremamente solo e dimostrò la sua bontà d'animo e la sua sensibilità, nonostante l'apparente immagine di sregolatezza che dava di sé.

Franco Califano una “vita spericolata” l’ha vissuta davvero.
Gli inizi promettevano una biografia molto diversa per quello che sarebbe poi diventato il ”califfo della canzone italiana”. Figlio di un militare, secondo di tre figli, Franco Califano nasce il 14 settembre 1938 a Tripoli, in Libia, allora colonia italiana. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la famiglia rientra in Italia, trasferendosi poi a Roma alla fine della guerra.

Dopo la prematura scomparsa del padre frequenta scuole ecclesiastiche e un istituto di ragioneria. Optò per un corso serale perché durante il giorno aveva cose più interessanti da fare.
Inizia presto ascrivere poesie ma, rendendosi rapidamente conto di non avere i bioritmi giusti per quel genere di scrittura, si dedica alla composizione di canzoni. Una vocazione che interrompe perché, avendo avuto una discreta fortuna come attore di fotoromanzi, si trasferisce a Milano in cerca di nuove opportunità. Tuttavia il successo non arriva e questo lo convince a tornare a Roma dove, a 19 anni, si sposa con Rita Di Tommaso; da questo matrimonio nacque la figlia Silvia.

A Roma riprende la vecchia vocazione di autore di canzoni e i successi non tardano ad arrivare: “E la chiamano estate”, scritta nel 1965 per Bruno Martino e “La musica è finita”, con musica di Umberto Bindi, portata al successo da Ornella Vanoni, sono brani rimasti nella nostra memoria collettiva.

Grazie a questi successi, nel 1972 ottiene di incidere un intero album (un format, quello del “long playng”, allora ancora poco diffuso in Italia, dove si continuava a preferire il prodotto 45 giri) dal titolo “ ‘N bastardo venuto dar sud”, di contenuto autobiografico, poco ricordato se non per il brano “Semo gente de borgata”, portato al successo dai “Vianella”, ossia i coniugi Edoardo Vianello e Wilma Goich. 

Sempre nel 1972 viene coinvolto, insieme a Walter Chiari e Lelio Luttazzi, in un clamoroso caso di droga, dal quale sarà successivamente assolto. Un episodio che contribuì a creare intorno a lui l’aura di “artista maledetto”. Nel 1973 compone, insieme a Mario Baldan Bembo quello che è probabilmente il suo maggior hit autoriale: “Minuetto”, portato al successo internazionale da Mia Martini.

Il ’73 si rivela un anno particolarmente ricco di soddisfazioni perché “Un grande amore e niente”, scritto a 6 mani per Peppino di Capri, vince a San Remo.

Dopo tanti anni vissuti da autore per altri arriva finalmente il successo personale: nel 1976 pubblica il celebre album “Tutto il resto è noia”, quando gli italiani, dopo un’iniziale diffidenza, avevano cominciato ad apprezzare il “long playng”; il 33 giri vende un milione di copie restando in classifica per quasi due mesi. I contenuti amari e i temi scabrosi gli meritarono il giudizio “il Pasolini della canzone”.

A partire da 1979 interpretò anche diverse parti in film per i quali scrisse anche alcune colonne sonore; tra questi “Viola bacia tutti”, del 1998 e “Questa notte è ancora nostra”, del 2008. Ma l’eclettismo del “Califfo” non si ferma: diviene personaggio televisivo, autore di libri, tutti di ispirazione autobiografica come “Ti perdo - Diario di un uomo da strada”, “Il cuore nel sesso, Sesso e sentimento” e “Calisutra” (unione di Califano e Kama-sutra) cimentandosi anche nell’attività di produttore discografico per big come Gabriella Ferri, Ricchi e Poveri e Donatella Rettore. 

Nel 1984 Califano viene arrestato per traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo camorristico, nello stesso filone in cui è coinvolto anche il noto conduttore televisivo Enzo Tortora; le accuse si sostengono su rivelazioni di pentiti di camorra. Inizialmente le accuse vengono ritenute credibili, anche in conseguenza del fatto che “il Califfo” intratteneva pubblici rapporti con il boss Francis Turatello; rapporti che Califano ha sempre ammesso. Ma le accuse dei pentiti non saranno considerate attendibili dai giudici e lui e Tortora verranno assolti. 

Gli anni ’90 e 2000 sono anni che, per un personaggio del calibro di Califano, si potrebbero qualificare “di tranquillo galleggiamento”, in cui alterna apparizioni televisive a serate in vari locali, mettendo in valore i suoi tanti “cavalli di battaglia”. 

Inaspettatamente, in quegli anni, cominciano a comparire problemi di salute e persino economici; problemi che lo indurranno a invocare la “Legge Bacchelli”, la legge appositamente emanata per il sostentamento degli artisti caduti in condizione di indigenza.

Franco Califano muore per infarto ad Acilia il 30 marzo 2013, esattamente otto anni fa, congedandosi con una delle sue celebri frasi: "Mi accorgerò di essere vecchio solo cinque minuti prima di morire".

La notizia della sua morte lasciò un vuoto. "Ora senza di te tutto il resto è noia. Grazie Franco”.
Questo lo striscione che accolse, insieme a centinaia di persone, la salma di Franco Califano all’ingresso della chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo, dove celebrarono i funerali.

Sulla bara, una maglia dell’Inter.
Il cantautore romano era stato vestito come fosse un giorno qualunque, come se da un momento all’altro potesse tornare a cantare ancora le sue poesie in romanesco. Aveva braccialetti, collana e camicia aperta sul petto. Tra le mani, un rosario rosso e un'immagine di Ratzinger. Accanto a lui, due rose, una rossa e una rosa. 

Fu sepolto ad Ardea, vicino al fratello.

Sulla lapide del maestro fu scritto 'Non escludo il ritorno', titolo della canzone scritta a quattro mani con Federico Zampaglione, voce dei Tiromancino.

Continuano ad andare a cento all'ora le sue canzoni.
...E non escludiamo il ritorno! 

 

 
Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino ucciso dalla mafia,  fondatore del Movimento delle "Agende Rosse" in un post su Fb ha voluto esprimere la sua personale solidarietà al Giudice Gratteri, ultimamente oggetto di feroci polemiche fondate su una presunta posizione negazionista verso la pandemia Covid prontamente smentita dallo stesso Gratteri.

 

di Anna Maria Stefanini

Viene prima la commedia all’italiana o viene prima Saturnino (in arte “Nino”) Manfredi? Enigma non soltanto irrisolvibile ma soprattutto mal posto come lo è l’antica questione dell’uovo e della gallina. Tuttavia utile come domanda retorica per mettere subito bene a fuoco la natura del rapporto di Nino Manfredi con il cinema. 

 

di Anna Maria Stefanini

L'umanità è stata benedetta due volte; la prima volta in Africa, circa 160 mila anni fa, quando l’Homo sapiens riceve il dono della parola, probabilmente per effetto di cambiamenti genetici di cui si conosce oggi almeno un componente: il gene denominato FOXP2. Prima di allora il nostro principale canale di comunicazione era il linguaggio mimico-gestuale, probabilmente accompagnato da rudimentali articolazioni sonore. La seconda benedizione non è frutto di un incidente genetico ma di una geniale invenzione umana, effettuata circa 5 mila anni fa in Mesopotamia, quando i Sumeri svilupparono la scrittura alfabetica; la più importante creazione dell’umanità. Questa è anche la data di nascita della cultura scritta che tuttavia non ha rimosso la cultura orale. Da allora la parola ne ha fatta di strada, passando e piegando la storia umana, tra poderose accelerazioni e sfiancanti stagnazioni.

Per una singolare combinazione, la forma espressiva più intima, tenue e riservata è quella di cui si conserva maggiore memoria: la poesia.

Il percorso biologico di Alda Merini nasce e si chiude a Milano fra il 21 marzo 1931 e il 1° novembre 2009 ma potete stare certi che nei secoli a venire il nome di Alda Merini continuerà ad essere pronunciato, scritto e letto insieme alle sue opere poetiche. La vita di Alda non è stata facile; brillante alunna incoraggiata negli studi dal padre Nemo Merini, va incontro ad una precoce crisi mistica con vocazione monacale che la madre, Emilia Painelli, scambia per una malattia da curare con medicine e, come si usava allora, con le botte. Con l’eccezione degli studi, dove Alda eccelle, la gioventù non le risparmia prove durissime, come la casa distrutta in un bombardamento nel 1943, quando aveva 12 anni. Gli anni successivi furono anni da profuga ma questi non riuscirono a trattenere il suo eccezionale precoce talento per la scrittura. Senza aver potuto ricevere nemmeno un’istruzione superiore a 15 anni viene notata per le sue eccezionali doti narrative; dapprima da Angelo Romanò, un letterato diventato, nel 1961, direttore del secondo canale RAI e poi dal poeta e critico Giacinto Spagnoletti (1920-2003) che scrisse per lei un’entusiastica recensione. Ma il padre stracciò la recensione con il duro ammonimento “la poesia non dà il pane”.

L’anno successivo, il 1947, è l’anno in cui compaiono ciò che Alda chiamerà “le prime ombre della mia mente”, ossia l’emergere del quadro clinico oggi classificato come “disturbo bipolare” per via delle frequenti oscillazioni umorali tra stati di grande eccitazione e depressione profonda. Fortunatamente i letterati e i critici suoi estimatori la sostennero in questo calvario mentale indirizzandola dai migliori specialisti del tempo: Franco Fornari e Cesare Musatti.

Malgrado il precoce insorgere della malattia, nel 1950, all’età di 19 anni, grazie a Spagnoletti pubblica due poesie, “Il gobbo” e “la luce”, nell’importante “Antologia della poesia italiana 1909-1949”. L’anno successivo, l’editore Giovanni Scheiwiller, su consiglio del futuro premio Nobel Eugenio Montale, pubblica due poesie di Alda nell’opera Poetesse del Novecento. Risale a quegli anni la sua complicata relazione sentimentale con lo scrittore, critico e accademico Giorgio Manganelli (1922- 1990). Nel 1953 sposa l’operaio-sindacalista Ettore Carniti, dal quale avrà quattro figlie: Emanuela, Flavia, Barbara e Simona. In quegli anni escono quattro opere poetiche interamente scritte da Alda: “La presenza di Orfeo”, “Paura di Dio”, “Nozze romane” e “Tu sei Pietro”. Sfortunatamente quello è il periodo del ritorno del suo disturbo bipolare, culminato nel lungo internamento nell’ospedale psichiatrico “Paolo Pini” dal 1964 a 1972.

Nel 1979 Alda interrompe il suo lungo silenzio e riprende a scrivere pubblicando quello che è considerato il suo massimo capolavoro, “La Terra Santa”, nel quale affiorano i suoi drammatici momenti di isolamento psichiatrico; l’opera, nel 1993 vincerà l’importante Premio Librex Montale. Ma la vita si accanisce ancora su Alda Merini perché nel 1983 muore il marito Ettore ed inizia un lungo periodo di indifferenza da parte di editori e critici.

Nel 1984 si risposa con il poeta Michele Pierri; i due vanno a vivere a Taranto dove Alda ritrova la forza di scrivere. Ma le ricadute, i ricoveri e i versi continuano ad alternarsi con implacabile continuità.

Gli anni ’90 sono gli anni del ritorno a Milano, della serenità e della consacrazione definitiva tra i maggiori poeti italiani contemporanei. E gli anni di una ricca produzione poetica e letteraria.

Nel 2007 scrive in collaborazione col favolista Sabatino Scia “Alda e Io, Favole” che vince il premio Elsa Morante Ragazzi; nello stesso anno le viene conferita la laurea honoris causa in “Teorie della comunicazione e dei linguaggi” dall’Università di Messina.

Alda Merini ci lascia il 1° novembre 2009 all’età di 78 anni.

 

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