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di Giovanni Macrì

Nessuno poteva immaginare che quel giorno, un giorno come tanti altri, sarebbe stato per due famiglie l’inizio di un golgota. La signora delle tenebre stava in agguato per portare con sé... due eroi.

Anche se chi fa il mestiere del Carabiniere,  sa bene che ogni giorno è sempre costretto a salire sul ring e cercare di schivare i colpi che gli avversari, infidi e malvagi, agendo nell’ombra, possono tirargli contro.

Ma mentre i malviventi agiscono nella piena e immorale illegalità, loro, i Carabinieri, in presenza di Dio, hanno giurato di far rispettare la legge, di essere fedeli alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina e onore tutti i doveri dello Stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni.

Con queste parole scolpite nel cuore e nella mente i due Carabinieri: Claudio Pezzuto e Fortunato Arena, 29 e 23 e anni, anche quel giorno erano usciti di pattuglia, sulla loro auto di servizio, una “Fiat uno”, per accingersi a espletare il loro compito di vigilanza e protezione nei confronti dell’onesta società.

Poi, mentre stavano rientrando verso la loro caserma, la stazione di Faiano di Pontecagnano (SA), dopo una serie di controlli di routine, qualcosa però nella centrale piazza Garibaldi li aveva insospettiti.

Tra i ragazzi del passeggio serale e i negozi che stavano per chiudere, vedevano fermo un fuoristrada: un grande Nissan Patrol bianco targato Firenze. A bordo ci sono due persone, tre secondo altre testimonianze.

Poco lontano un altro giovane sta telefonando in una cabina. Forse un basista! In aria veleggerà la convita opinione che la Jeep fosse un’apripista per un possibile “summit politico-mafioso” che sarebbe stato in essere da lì a poco.

Mentre l’Arena restava in auto, l’altro carabiniere, Claudio Pezzuto, scendeva e si avvicinava alla jeep per un normale controllo. Salutava il guidatore portando la sua mano destra alla visiera e contestualmente chiedeva i documenti.

L’uomo, pur con qualche remora consegnava la patente. Pezzuto tornava quindi alla Fiat Uno di servizio e la passava al collega per controllare i dati via radio.

Ed è di quell’attimo che gli assassini approfittavano delle spalle voltate del militare. Quello seduto accanto al posto del guidatore scendeva e tirava fuori un mitra calibro nove. L’Arena,  rendendosi conto di ciò che da lì a poco sarebbe potuto succedere, senza indugio attraverso il finestrino dell’autovettura, pistola in pugno, attingeva in direzione di questi per dar manforte al collega. Inutilmente! La prima raffica lo falciava facendolo accasciare all’interno della stessa auto di servizio. Anche l’altro dei malviventi apriva il fuoco dal fuoristrada.

Si scatenava un vero inferno nella frazione di un attimo! Nel giro di pochi secondi nella piazza, tra gli ignari passanti, esplodeva insomma una furia omicida senza tregua o pietà.

Adesso era lo stesso Pezzuto a essere nel mirino dei suoi carnefici. Il militare riusciva a estrarre la sua pistola d’ordinanza, sparare alcuni proiettili, ma gli assassini erano più precisi. Pezzuto, ferito a un fianco e impossibilitato a continuare a fare fuoco, cercava allora di mettersi in salvo rifugiandosi nel porticato di un negozio, non prima di aver gridato, con tutta la voce che aveva dentro, alla gente presente nell’affollata piazza di mettersi al sicuro ed evitare così il loro coinvolgimento nella sparatoria. Anche se ai primi spari c’era stato già un immediato fuggi fuggi.

Lo spietato malvivente con uno sguardo impietoso e feroce lo inseguiva finendolo con un’ultima e definitiva sventagliata di mitra.

I banditi, per nulla toccati da quell’indicibile bagno di sangue, tornavano speditamente al loro Nissan Patrol per quindi fuggire a tutta velocità.

Poco dopo, arrivano sul posto i vigili urbani. Il loro comando era, infatti, proprio a pochi metri di distanza dalla piazza. Per terra ci sono decine e decine di bossoli, ma i due carabinieri erano ancora vivi.

Vicino Fortunato Arena v’era ancora la patente, che risulterà falsa, di uno degli assassini.

I due militari giacevano a terra tra il mormorio animato della gente della piazza che cercava, finita la battaglia, di curiosare in quel massacro di sangue, cosa fosse effettivamente successo.

In lontananza si sentiva la sirena, il cui fragore si faceva sempre più intenso man mano che si avvicinava, dell’ambulanza fatta intervenire dalla stessa centrale operativa di Battipaglia che aveva seguito, inerme, tutta la strage in diretta. Era rimasta collegata con l’Arena per il controllo del documento. Avevano, impotenti, sentito tutto: gli spari, le urla di dolore, le grida concitate... poi, dopo la mattanza, il silenzio.

I due militari agonizzanti venivano caricati sul mezzo di soccorso appena sopraggiunto, ma quando arrivano all’ospedale San Leonardo di Salerno erano già morti.

Scattava immediatamente la caccia al Nissan Patrol

Il veicolo veniva recuperato a pochi chilometri da Pontecagnano. A bordo c’era ancora uno dei mitra usati.

I carabinieri scovavano e interrogavano senza sosta anche Massimo Cavallaro, in merito al duplice omicidio, perché proprietario del fuoristrada incriminato. Risulterà estraneo ai fatti. Il veicolo gli era stato rubato e lui era a bordo in stato di sequestro.

Intanto in caserma c’è tanta rabbia, sconforto e tanto dolore. Claudio Pezzuto, originario di Surbo (Lecce), lasciava la moglie e un figlio di due anni. Fortunato Arena invece veniva da San Filippo del Mela (Messina), era sposato da soli sette mesi e la moglie era incinta (perderà il bambino per il forte dolore).

I due vili e spietati assassini, Carmine De Feo e Carmine D’Alessio 30 e 27 anni appartenenti all’Associazione Camorristica Riformata, gruppo camorristico nato dalle ceneri della Nuova camorra organizzata di Cutolo, resteranno in fuga per ben 152 giorni, braccati da tutte le forze dell’ordine. Ma braccati anche dai nemici della Nuova famiglia, da clan rivali, per far sì che si allentasse la morsa che in quei giorni si era scatenata su tutte le loro zone di sporchi affari.

Si scoprirà dopo che i due malviventi erano partiti quella stessa mattina del 12 febbraio da Capaccio Scalo(SA) dopo aver rapinato nella Piana del Sele una Ritmo ad un carabiniere, Elia Sansone, portandogli via anche la pistola d’ordinanza. Percorsi pochi minuti si erano impossessati prima di una “Fiat Uno” bianca, poi di un Nissan Patrol, costringendo il proprietario a restare a bordo. Giungendo in serata nella piazza di Faiano.

Quello di Faiano fu un eccidio che sconvolse non solo la provincia di Salerno, ma l’Italia tutta.

“Agghiacciante e interessante” fu la ricostruzione che un poliziotto, Giorgio Rossomando, successivamente rinviato a giudizio per favoreggiamento, abbia aiutato la fuga dei due. Indizi e poi, una soffiata dettagliatissima hanno indotto gli inquirenti a credere che l’agente fosse in collegamento con esponenti del clan De Feo. Qualche controllo e quindi il blitz a Pratole San Vito di Bellizzi, venti chilometri da Salerno, nei pressi dell’abitazione di questi. Ma i due criminali avevano già lasciato l’improvvisato nascondiglio.

La fuga di D’Alessio e De Feo: Carmine il mancino e Carmine il tossico, terminava all’alba del 14 luglio del ’92. I killer furono bloccati dai carabinieri a Calvanico, nella Valle dell’Irno (SA), in uno dei tanti appartamenti affittati agli studenti o ai pendolari. Si arresero solo dopo l’arrivo del Pm Alfredo Greco, il magistrato che coordinò le indagini, fino, appunto, alla cattura dei due latitanti.

I due spietati assassini vennero condannati all’ergastolo e la pena fu confermata anche in Cassazione.

Carmine D’Alessio nel 2008 moriva nella casa dei suoi genitori a Battipaglia. Aveva lasciato il carcere di Belluno perché gravemente ammalato di cancro ai polmoni.

Questa la motivazione per l’assegnazione della Medaglia d’oro al valore militare alla memoria:“Durante il controllo del conducente di un'autovettura in pieno centro abitato, investito da fulminea azione di fuoco da parte di un malvivente nascosto nell'abitacolo, benché ferito ad un braccio e impossibilitato a far uso dell'arma, incurante del grave rischio personale cui si esponeva, con mirabile generosità - prima di accasciarsi al suolo colpito a morte - si adoperava per far allontanare gli astanti e sottrarli al contemporaneo fuoco di altro complice. I malviventi, identificati in due pericolosi latitanti affiliati a spietata associazione criminale, venivano poi catturati e condannati all'ergastolo. Chiaro esempio di elette virtù militari e di altissimo senso del dovere spinti fino al supremo sacrificio.”

 

Ai due militari in loro memoria, nel 2014, è stata intitolata la caserma sede del Comando Provinciale e della Stazione Carabinieri di Salerno Mercatello di via Mauri a Salerno, mentre nel giugno 2021 una strada adiacente.

Tania Pisani, vedova del Carabinierie M.O.V.M. Pezzuto, impegnata assiduamente nel sociale dichiara in occasione del trentennale: “Finchè avrò voce, racconterò la storia del mio Claudio, perché lui credeva in quello che faceva ed è morto perchè con grande scrupolo affrontava ogni aspetto del suo lavoro. E’ un esempio che ho il dovere di portare ai giovani, perché riflettano, perchè decidano da che parte stare. Solo in questo modo la morte di mio marito non sarà stata vana”.

Dei due militari eroi resterà imperituro il ricordo. Una ferita sempre aperta come quella lasciata da tutti i nostri eroi morti nell’esercizio delle loro funzioni a tutela degli onesti cittadini.

 

foto Web

 

di Giovanni Macrì

Su delega della Direzione Distrettuale Antimafia, i Carabinieri del Comando Provinciale di Catania, supportati dai reparti specializzati dell’Arma presenti nella Regione siciliana (Compagnia di Intervento Operativo del XII Reggimento “Sicilia”, Squadrone Eliportato “Cacciatori Sicilia”, nonché i Nuclei Elicotteri e Cinofili), alle prime luci dell’alba di oggi, hanno dato esecuzione, nelle Province di Catania, Prato, L’Aquila, Enna, Perugia, Vibo Valentia, Palermo, Benevento, Siracusa e Avellino, a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale etneo nei confronti di 35 soggetti (di cui 26 in carcere e 9 agli arresti domiciliari) della cosca Santapaola-Ercolano.

I soggetti sono gravemente indiziati, a vario titolo, di: “associazione di tipo mafioso”, “concorso esterno in associazione mafiosa”, “estorsione”, “traffico di sostanze stupefacenti”, “detenzione illegale di armi e munizioni” e “trasferimento fraudolento di beni”, aggravati dal metodo mafioso.

L'inchiesta della DDA, denominata "Sangue blu", che  ha visto impegnati 250 militari, ha permesso di assicurare alla giustizia anche l’attuale “responsabile provinciale” della famiglia mafiosa, individuato in Francesco Tancredi Maria Napoli, nipote di Salvatore Ferrera detto “Cavadduzzo” e legato da vincoli di sangue allo storico capomafia Benedetto “Nitto” Santapaola, investito della carica di rappresentante di Cosa Nostra catanese da elementi di vertice della «famiglia», (questo elemento è stato confermato dalle recenti dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Silvio Corra e Salvatore Scavone), consentendo anche di portare alla luce le recenti evoluzioni delle dinamiche interne al clan di “cosa nostra” etnea, individuandone i vertici.

 

PERSONE DESTINATARIE DELLA MISURA:

CUSTODIA IN CARCERE:

 

1)     BONAVENTURA Carmelo, nato a Catania il 25.9.1962;

2)     BUFFARDECI Cristian, nato a Catania il 13.5.1976;

3)     CASERTA Francesco, nato a Catania il 19.6.1971;

4)     CASTORINA Angelo Antonino, nato a Catania il 4.1.1991;

5)     COLOMBO Domenico, nato a Catania il 15.4.1976;

6)     DI MAURO Salvatore, nato a Catania il 25.8.1965;

7)     FALLICA Carmelo Cristian, nato a Wickede (Germania) 28.10.1985;

8)     MAGRI’ Orazio, nato a Catania il 15.5.1971; 

9)     MARGHELLA Mario, nato a Catania il 20.7.1970;

10)   MUSCARÀ Corrado Gabriel, nato a Catania il 13.09.1996;

11)   NAPOLI Francesco Tancredi Maria, nato a Catania il 10.4.1976;

12)   OCCHIPINTI Angelo, nato a Catania il 19.2.1974;

13)   PAPPALARDO Giuseppe, nato a San Giovanni La Punta (CT) il 22.1.1967;

14)   PINO Vincenzo, nato a Catania il 02.10.1998;

15)   PLATANIA Francesco, nato a Catania il 2.4.1968;

16)   RACITI Carmelo, nato a Catania il 15.6.1982;

17)   SANTAPAOLA Antonino, nato a Catania il 20.4.1984;

18)   SANTAPAOLA Francesco, nato a Catania il 1.12.1979;

19)   SANTAPAOLA Gabriele, nato a Catania il 20.4.1984,

20)   SANTAPAOLA Giuseppe, nato a Catania il 29.12.1981;

21)   SAPIA Vincenzo, nato a Catania il 31.01.1966;

22)   SCALETTA Giuseppe, nato a Catania il 27.9.1966;

23)   SCHILLACI Lorenzo Michele, nato a Troina (EN) il 25.4.1968;

24)   SORTINO Gaetano, nato a Catania il 7.8.1965;

25)   TRINGALE Gaetano, nato a Catania il 13.11.1961;

26)   ZAPPALÀ Daniele Carmelo, nato a Catania il 8.2.1966.

ARRESTI DOMICILIARI

  1. BARBERO Eugenio Dante, nato a Catania il 28.7.1974;
  2. BRUNO Barbaro, nato a Sidney (Australia) il 5.4.1971;
  3. DI SALVATORE Massimo, nato a Catania il 26.11.1972; 
  4. FERRERA Francesco, nato a Catania il 22.12.1964;
  5. LOMBARDO Rosario, nato a Catania il 26.8.1968;
  6. LOMONACO Salvatore Daniele, nato a Taormina (ME) il 12.6.1982;
  7. SCIRÈ Simone, nato a Catania il 18.10.1989;
  8. TURRISI Giuseppe, nato a Francavilla di Sicilia (ME) il 8.7.1973;
  9. ZAMMATARO Gerardo nato a Piedimonte Etneo il 15.12.1975.

 

Dalle indagini sono emerse inoltre attività criminali: quali il recupero crediti attraverso prestiti ad usura e l’intestazione fittizia di attività economiche.

I proventi delle attività illecite venivano utilizzati sia per il mantenimento delle famiglie degli affiliati detenuti, sia reinvestiti in altre attività imprenditoriali infiltrando il tessuto economico catanese. Sequestrati beni per un valore complessivo di oltre 4 milioni di euro.

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