Da settembre potrebbe arrivare una nuova stangata.
Secondo le stime elaborate da Nomisma Energia, nel 2026 una famiglia italiana potrebbe spendere circa il 23% in più per luce e gas rispetto al 2025, con un aggravio annuo vicino ai 515 euro. Se si aggiungono benzina e diesel, il conto può avvicinarsi ai 900 euro.
E il problema vero deve ancora arrivare.
Perché finché siamo in estate il gas pesa meno. Ma con l’accensione dei termosifoni, la differenza comincerà a vedersi davvero.
Le stime indicano per settembre un prezzo del gas in bolletta sensibilmente più alto rispetto a un anno prima. Non significa che tutte le famiglie pagheranno automaticamente il 23% in più: molto dipenderà dal contratto, fisso o variabile, e dall’andamento dei mercati.
Ma il segnale è chiaro.
L’inverno rischia di essere caro.
E ancora una volta il problema nasce dalla nostra fragilità energetica.
Prima della guerra in Ucraina, l’Italia importava dalla Russia circa il 40% del gas che acquistava all’estero. Quella dipendenza è stata drasticamente ridotta.
Abbiamo diversificato.
Più Algeria. Più Azerbaigian. Più gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e dal Qatar. Una scelta comprensibile.
Ma cambiare dipendenza non significa diventare indipendenti.
Perché oggi una parte crescente del gas arriva via nave e dipende da rotte internazionali che possono diventare improvvisamente vulnerabili.
E proprio adesso il Medio Oriente torna a essere una polveriera.
Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa una quota enorme dei traffici energetici mondiali, è nuovamente sotto pressione. Se quelle rotte rallentano o diventano più rischiose, i mercati reagiscono subito.
E il prezzo sale.
Così rischiamo di scoprire che abbiamo chiuso una porta a Est e aperto una finestra sul Golfo.
Abbiamo dichiarato guerra alla dipendenza dal gas russo. Peccato che, a giudicare dalle bollette, la guerra civile sia scoppiata tra gli italiani e il termostato.
Per una famiglia, 500 o 900 euro in più non sono una percentuale astratta.
Sono una settimana di vacanza in meno.
Sono una spesa importante rimandata.
Sono i regali di Natale ridotti.
Sono il riscaldamento abbassato di un grado.
E per le piccole e medie imprese il problema è ancora più pesante, perché energia e carburanti entrano direttamente nei costi di produzione.
Poi c’è il carburante.
Anche lì il conto continua a crescere.
E quando luce, gas e benzina aumentano insieme, non serve essere economisti per capire che la pressione si scarica inevitabilmente sulle famiglie e sulla classe media.
Il punto non è rimpiangere la dipendenza dalla Russia.
Il punto è chiedersi se, dopo anni di emergenze energetiche, l’Europa abbia davvero costruito una strategia capace di proteggerci dalle crisi esterne.
Perché non si può spegnere una fonte prima di averne resa solida un’altra.
Altrimenti succede esattamente questo:
si cambia fornitore, si cambia rotta, si cambia dipendenza.
Ma il conto resta sempre nostro.
E stavolta potrebbe arrivare proprio insieme all’inverno.

