RUBRICA IL PUNGIGLIONE - Tajani va in Egitto e torna con un accordo per aumentare gli ingressi regolari di lavoratori stranieri da formare e impiegare nelle aziende italiane.
E la tempistica ha quasi del surreale.
Proprio mentre Giorgia Meloni festeggiava il traguardo del governo più longevo della storia repubblicana, dal suo esecutivo arrivava un altro piccolo “regalo”: più immigrazione regolare per soddisfare le esigenze delle imprese.
Insomma, neanche il tempo di brindare al record che arriva il conto.
Per anni abbiamo sentito parlare di stop all’immigrazione di massa, difesa dei confini, tutela dell’identità italiana e prima gli italiani.
Poi si arriva al governo e la musica cambia.
Il decreto flussi 2026-2028 prevede 497.550 quote di ingresso in tre anni: praticamente mezzo milione.
E qui arriva il dettaglio che rende tutto ancora più interessante.
Secondo un’analisi dell’OIL, nel 2024 il salario orario mediano dei lavoratori stranieri era inferiore del 26,3% rispetto a quello degli italiani.
E allora la domanda è inevitabile: alle imprese servono lavoratori o servono soprattutto lavoratori che costino meno?
Perché se il mercato può attingere continuamente a nuova manodopera disposta ad accettare salari più bassi, l’incentivo ad aumentare gli stipendi si riduce.
Ed ecco il circolo vizioso: salari bassi, italiani che rifiutano lavori con cui non riescono a vivere, imprese che lamentano carenza di personale e governo che risponde:
facciamone arrivare altri dall’estero.
Poi ci spiegano che stavolta è diverso perché sono regolari.
Certo: giuridicamente la differenza è enorme.
Ma sul piano dei grandi numeri, dell’integrazione, dei salari e della trasformazione sociale del Paese, il problema non scompare semplicemente perché cambia il permesso di soggiorno.
E soprattutto rimane il tema che questa destra ha sbandierato per anni: l’identità nazionale.
L’immigrazione non è fatta soltanto di braccia da mettere al lavoro. Significa anche culture, modelli sociali e comunità che devono realmente integrarsi.
E più i flussi diventano grandi e continui, soprattutto da realtà culturalmente molto distanti dalla nostra, più l’integrazione diventa difficile.
Nel frattempo sembra avanzare proprio quella logica globalista tanto criticata quando questi partiti erano all’opposizione: alle aziende servono lavoratori? Li importiamo.
Gli italiani, invece, possono continuare ad aspettare salari migliori.
E allora, cara Giorgia, qualcosa non torna.
Per anni hai parlato di prima gli italiani, difesa dell’identità, stop all’immigrazione di massa.
Poi arrivi al governo e programmi quasi mezzo milione di ingressi regolari.
Il governo più longevo della Repubblica, forse. Ma anche quello che dovrebbe avere avuto più tempo per mantenere le promesse.
E su questa promessa, Giorgia, predichi benissimo e razzoli decisamente male.
Cambiano il permesso.
Cambiano le formule.
Ma il problema resta.

