L'EDITORIALE / Stefano Bonaccini voleva spiegare perché la sinistra perde voti.
È riuscito soprattutto a riaccendere una vecchia polemica: quella sulla presunta superiorità culturale della sinistra.
Parlando dei grandi spostamenti elettorali degli ultimi anni, dal voto a Trump fino a Meloni e Salvini, il presidente del Pd ha osservato che la destra raccoglie maggiormente consensi tra chi ha studiato poco, chi vive nelle periferie o nelle aree interne e chi sta peggio economicamente.
Giorgia Meloni è andata all’attacco. Bonaccini ha replicato che il senso delle sue parole era un altro: stava facendo autocritica alla sinistra, incapace di rappresentare come un tempo le fasce popolari e il mondo del lavoro.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso.
Bonaccini può avere ragione quando sostiene che la sinistra abbia perso pezzi importanti del proprio elettorato storico.
Ma se vuoi riconquistare quelle persone, forse il modo peggiore per cominciare è ricordare loro che hanno studiato meno.
Il problema non è citare un dato sull’istruzione.
Il problema è quando quel dato finisce per trasformarsi nell’ennesima spiegazione dall’alto del comportamento degli elettori.
Vota a destra perché è meno istruito.
Vota a destra perché è arrabbiato.
Vota a destra perché ha paura.
Vota a destra perché parla alla pancia.
Resta quasi sempre fuori l’ipotesi più semplice:
forse vota a destra perché la sinistra non lo convince più.
Ed è questo che dovrebbe interrogare davvero il Pd.
Operai, artigiani, lavoratori autonomi, ceto medio e periferie non appartengono politicamente a nessuno.
Se cambiano voto, non stanno tradendo la propria classe sociale.
Stanno scegliendo qualcun altro.
Bonaccini, in fondo, sembra averlo capito quando invita la sinistra a togliersi la “puzza sotto il naso” e a tornare a parlare di salari, sanità, scuola e lavoro.
Ma proprio qui sta il punto.
Non basta togliersi la puzza sotto il naso se poi si continua a guardare gli elettori dall’alto.
Prima di chiedersi come recuperarli, la sinistra dovrebbe forse smettere di spiegare loro perché votano male.
E cominciare a chiedersi, molto più semplicemente:
perché non votano più noi?

