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Per anni Giorgia Meloni ha contestato le leggi elettorali che toglievano ai cittadini la possibilità di scegliere davvero i propri rappresentanti.

Ha denunciato il potere delle segreterie, le liste bloccate, i parlamentari nominati dall’alto, quella distanza sempre più larga tra il voto popolare e le stanze in cui, alla fine, si decidono i nomi da mandare in Parlamento.

Oggi, però, davanti alla nuova legge elettorale, quella battaglia torna come un banco di prova per tutta la maggioranza e per l’intero sistema politico.

Il punto è semplice, e proprio per questo politicamente scomodo: chi deve scegliere i parlamentari? Gli elettori, con le preferenze, oppure i vertici dei partiti, attraverso liste costruite nelle segreterie?

Da giorni il confronto sulla riforma della legge elettorale si è complicato proprio attorno a questo nodo. Il testo, che sembrava destinato a procedere secondo una tabella di marcia già scritta, si è invece arenato tra resistenze, tensioni interne e calcoli di convenienza.

Roberto Vannacci, liquidato più volte come un corpo estraneo, come un problema, come una presenza scomoda, ha avuto però il merito politico di riportare al centro una domanda che molti preferivano lasciare sullo sfondo: perché parlare di sovranità popolare se poi i cittadini rischiano di essere chiamati soltanto a mettere una croce su nomi già decisi dai partiti?

La questione è tutta qui.

Non basta invocare il popolo quando si è all’opposizione, se poi, una volta davanti alla prova dei fatti, si accetta anche solo il rischio di un meccanismo che restituisca alle segreterie il potere decisivo di scegliere chi siederà in Parlamento.

Per anni Meloni ha costruito una parte importante della propria identità politica sulla critica ai giochi di palazzo, alle decisioni calate dall’alto, ai cittadini trasformati in semplici spettatori di scelte già compiute. Il messaggio era chiaro: basta parlamentari nominati, basta fedelissimi sistemati nelle liste, basta politica chiusa dentro le stanze dei partiti.

Oggi quella promessa diventa un banco di prova.

Perché una legge elettorale senza preferenze vere rischierebbe di riprodurre proprio il meccanismo tante volte contestato: l’elettore vota, ma non sceglie. La croce sulla scheda resta, ma la decisione sui nomi appartiene ad altri. Cambiano le sigle, cambiano gli slogan, cambiano le maggioranze, ma il risultato resta lo stesso: il cittadino vota, le segreterie decidono.

Ed è questo il passaggio più difficile da giustificare.

Non sorprende, in fondo, che molti partiti non mostrino particolare entusiasmo nel riaprire davvero il tema delle preferenze. A destra, a sinistra, al centro, il problema è identico: le preferenze disturbano. Sottraggono potere a chi compone le liste, rendono meno comoda la distribuzione dei posti, obbligano i candidati a misurarsi con gli elettori e non soltanto con la benevolenza del capo politico di turno.

Per questo il caso è esploso.

Vannacci ha usato toni duri, forse anche discutibili nella forma, ma ha colpito un nervo scoperto nella sostanza. Ha chiesto a Meloni di essere coerente con ciò che sosteneva prima di arrivare al governo. Ha rimesso sul tavolo il tema delle preferenze e ha reso visibile una contraddizione che, fino a quel momento, molti sembravano intenzionati a non vedere.

Da qui nasce il corto circuito politico.

Perché se Vannacci è davvero irrilevante, perché la sua posizione pesa così tanto nel dibattito? Se è soltanto un disturbo, perché la sua uscita costringe tutti a misurarsi con il tema della scelta diretta degli elettori? Se non conta nulla, perché il nodo che ha sollevato ha mandato in difficoltà un percorso che sembrava pronto a tirare dritto?

La verità è che, a volte, non serve avere in mano il governo per mettere in difficoltà chi governa. Basta pronunciare ad alta voce ciò che tutti preferivano lasciare in ombra.

E qui il problema non riguarda soltanto Meloni. Riguarda l’intero sistema politico.

Quando si discute di legge elettorale, ogni partito tende a ragionare meno sui cittadini e più sul proprio tornaconto. Si calcolano soglie, premi, collegi, alleanze, simulazioni. Si immaginano scenari, si pesano rapporti di forza, si costruiscono formule su misura. Ma troppo spesso si dimentica la cosa essenziale: il Parlamento non dovrebbe essere il parcheggio dei fedelissimi, ma il luogo della rappresentanza popolare.

Le preferenze non sono la soluzione a tutti i mali. Possono avere limiti, rischi, distorsioni. Ma cancellarle o renderle irrilevanti significa consegnare ancora una volta ai partiti il potere di scegliere chi entrerà nelle istituzioni. E per chi ha costruito una parte della propria narrazione politica contro il palazzo, questo resta un problema enorme.

La coerenza, in politica, non è un ornamento. È una prova.

Si può anche cambiare idea. Ma allora bisogna dirlo con chiarezza. Bisognerebbe avere il coraggio di dire agli elettori se davvero si vuole restituire loro il potere di scelta, oppure se si preferisce lasciarlo ancora una volta nelle mani dei partiti.

Il resto è tattica. Il resto è linguaggio da conferenza stampa.

Questa vicenda mette a nudo una distanza che gli italiani conoscono bene: quella tra ciò che si promette quando si cerca il consenso e ciò che si fa quando quel consenso diventa potere.

Ed è proprio qui che la politica dovrebbe fermarsi. Perché una legge elettorale non è una furbizia di stagione, non è un abito cucito addosso alla convenienza del momento, non è un gioco riservato alle segreterie.

È la regola con cui un popolo sceglie chi deve rappresentarlo.

E se quella scelta viene sottratta ai cittadini, almeno non si abbia la pretesa di chiamarla sovranità popolare.

 

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La Redazione
Author: La Redazione
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