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Dopo il referendum, emergono le contraddizioni del governo: crisi interna e scelte internazionali

 

di  Monica Vendrame

Il governo, in queste ore, si sta muovendo. Ma non sta chiarendo davvero cosa sta succedendo.

Dopo la batosta al referendum, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è entrato in un vortice: dimissioni, pressioni, tensioni interne. Prima Andrea Delmastro Delle Vedove, poi Giusi Bartolozzi, infine Daniela Santanchè. E a seguire anche Maurizio Gasparri lascia un ruolo chiave.

Non è casuale. È una reazione.

Il referendum doveva rafforzare il governo. Ha fatto l’opposto. E si vede: quando, dopo un passaggio politico, iniziano a saltare figure interne, significa che l’urto è stato reale.

Ma il punto vero non è solo cosa sta succedendo. È perché succede adesso.

Se certe figure erano incompatibili, lo erano anche prima. Le vicende non sono nuove. E allora la domanda resta lì: perché fino a ieri andavano bene e oggi no?

Perché è cambiato il contesto. Non i fatti, ma il consenso.

Ed è questo che rende tutto più fragile. Perché le dimissioni, così, sembrano meno una scelta e più una necessità. Meno coerenza, più gestione del danno. Più immagine che sostanza.

E qui si apre una crepa.

Per anni Fratelli d'Italia ha costruito una narrazione precisa: noi siamo diversi. Più rigorosi. Più affidabili. Ma se certe situazioni vengono tollerate finché non diventano un problema politico, quella narrazione si svuota.

Il referendum ha reso evidente proprio questo.

Doveva essere uno scontro ideologico, quasi identitario. Ma gli elettori non hanno seguito lo schema. Nelle grandi città ha vinto il Sì, altrove il No. Una mappa che rompe le semplificazioni.

E soprattutto manda un messaggio: gli italiani non votano più per etichetta.

Molti hanno votato perché si sentivano coinvolti. E in tanti si sono sentiti trattati con superficialità, quasi presi in giro da una campagna troppo costruita.

Quando la politica semplifica troppo, perde profondità. E quando perde profondità, perde credibilità.

Il risultato, infatti, si è visto.

E qui entra il punto più delicato, ma anche più sottovalutato: la politica estera.

Il governo ha scelto una linea netta, senza mezze misure: sostegno a oltranza all’Ucraina, allineamento automatico agli equilibri internazionali, e un'applaudita fedeltà agli alleati. Una postura che fa bella figura all’estero, ma che dentro i confini nazionali comincia a scricchiolare.

Perché questa stessa linea ha spaccato il consenso.

Il sostegno incondizionato a Benjamin Netanyahu, nonostante le immagini che arrivano dal conflitto e le pesanti accuse di cui è oggetto, non è più un dettaglio tecnico. È una scelta politica che pesa. E che allontana una parte crescente dell'opinione pubblica, sempre più critica e sempre meno disposta a chiudere gli occhi.

Sull'Ucraina, il problema non è il principio del sostegno. È la percezione di un conflitto senza fine, costoso, gestito con logiche lontane anni luce dalla vita delle persone. Molti italiani lo seguono con crescente distacco, non perché non capiscano la posta in gioco, ma perché sentono che il conto lo stanno pagando loro.

E poi c'è l'Europa. Quella stessa Europa che si presenta come baluardo geopolitico, ma che troppo spesso viene percepita come più attenta agli equilibri tra potenze che alla sostenibilità delle scelte per i propri cittadini.

La gestione della crisi energetica è stata esemplare in questo senso: la scelta di staccarsi dal gas russo era politicamente doverosa, ma è stata raccontata come un atto quasi eroico, senza preoccuparsi abbastanza di chi quella scelta l'ha pagata in bolletta. In un Paese già segnato da rincari e sacrifici, il messaggio che è arrivato è stato: “stringete la cinghia, è per una causa più grande”.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una tensione che dalla politica estera si riversa direttamente su quella interna.

Perché quando l'immagine internazionale viene costruita a scapito della percezione quotidiana della gente, il consenso si sgretola. E quel distacco — tra le scelte che si fanno fuori e le difficoltà che si vivono dentro — non è più un dettaglio da sondaggi. È una frattura reale.

Oggi il governo non è finito. Ma è più esposto.

Ha perso parte della sua compattezza, mostra tensioni interne e deve riconquistare un consenso che non è più automatico. Le opposizioni provano a inserirsi, ma senza una direzione davvero solida.

Il punto, però, è un altro.

Gli elettori non stanno più dentro le narrazioni costruite per loro.

E quando succede, ogni forzatura — interna o internazionale — prima o poi presenta il conto.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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