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di  Monica Vendrame

In Italia accade sempre più spesso una cosa paradossale: non sono le leggi a impedire allo Stato di agire, ma gli errori dello Stato stesso.

E ogni volta che le procedure vengono applicate male, a pagare il prezzo non è l’amministrazione, ma la credibilità delle istituzioni.

La decisione del Tribunale di Roma di condannare il Ministero dell’Interno al risarcimento di 700 euro in favore di un migrante irregolare trasferito in Albania ha sollevato polemiche prevedibili. La cifra è simbolica, ma il principio è sostanziale: la sentenza non premia una condizione di illegalità, bensì sanziona un comportamento ritenuto proceduralmente scorretto da parte dell’amministrazione pubblica.

Secondo quanto emerso, il trasferimento sarebbe avvenuto senza adeguata comunicazione, senza un provvedimento chiaramente motivato e senza consentire al diretto interessato di contattare il proprio legale o i familiari. In uno Stato di diritto questi non sono dettagli burocratici, ma garanzie minime. Quando vengono ignorate, le conseguenze giudiziarie diventano inevitabili.

Il punto centrale, dunque, non è l’entità del risarcimento. È l’errore amministrativo che lo ha reso possibile. Anche chi sostiene politiche migratorie più rigide dovrebbe interrogarsi su questo aspetto: se lo Stato non rispetta le proprie regole, finisce per indebolire le sue stesse politiche, creando precedenti che rendono ancora più complessa la gestione dei rimpatri.

È il classico paradosso italiano: si chiedono misure più efficaci, ma poi si inciampa proprio sulle procedure che dovrebbero renderle possibili.

Accanto a questo caso, il dibattito si è acceso su un altro fronte, forse ancora più delicato: quello dei certificati medici che possono determinare l’inidoneità alla permanenza nei Centri di Permanenza per i Rimpatri, bloccando di fatto l’esecuzione dell’espulsione. Qui entrano in gioco due esigenze che devono necessariamente convivere: la tutela della salute e l’efficacia delle decisioni amministrative.

Alcuni episodi citati nel dibattito pubblico hanno sollevato interrogativi sulla coerenza complessiva del sistema. Si parla, ad esempio, di casi in cui patologie anche non particolarmente gravi avrebbero contribuito a dichiarare una persona non compatibile con la permanenza in un CPR. Tra quelli più discussi vi è quello di un migrante irregolare che non sarebbe stato rimpatriato a causa di problemi di incontinenza, ritenuti incompatibili con la permanenza in una struttura dove l’accesso ai servizi igienici potrebbe non essere sempre immediato.

Al di là dell’ironia che vicende del genere possono suscitare, la questione è tutt’altro che banale. Da una parte c’è chi vi legge l’ennesima dimostrazione di un sistema facilmente aggirabile; dall’altra c’è chi si chiede se proprio il rispetto delle condizioni sanitarie non rappresenti una soglia minima di civiltà giuridica. Senza entrare nel merito delle valutazioni cliniche, che spettano esclusivamente ai medici, è evidente che situazioni di questo tipo alimentano la percezione di un meccanismo fragile e poco uniforme.

Il problema, quindi, non è la malattia in sé né il diritto alla cura, che resta un principio fondamentale. Il nodo sta nella mancanza di criteri chiari e condivisi. Se una valutazione sanitaria può incidere in modo determinante su un provvedimento amministrativo, lo Stato ha il dovere di stabilire parametri più trasparenti e verificabili, così da prevenire abusi e tutelare contemporaneamente diritti individuali e interesse pubblico.

Qui emerge la vera fragilità del sistema. Non si tratta soltanto di uno scontro ideologico tra chi chiede maggiore rigidità e chi difende maggiori garanzie. Si tratta, prima di tutto, di meccanismi amministrativi che funzionano male. E quando le regole sono vaghe o applicate in modo disomogeneo, ogni decisione diventa contestabile, ogni procedura rischia di trasformarsi in un ricorso, ogni errore in un precedente.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: da una parte chi denuncia un sistema troppo permissivo, dall’altra chi teme derive troppo dure. Nel mezzo, però, resta una verità scomoda: l’inefficienza amministrativa finisce per indebolire tutti, indipendentemente dalle posizioni politiche.

Il caso del trasferimento contestato e quello dei certificati medici mostrano, in fondo, la stessa cosa: uno Stato che spesso fatica a far funzionare le proprie regole in modo coerente. E quando questo accade, ogni episodio diventa terreno di scontro, alimentando sfiducia e tensioni.

Forse la questione più urgente non è scegliere tra più rigidità o più tutele. È costruire un sistema che funzioni davvero: norme chiare, responsabilità precise, procedure rispettate. Perché quando lo Stato agisce in modo confuso, perde credibilità. E quando perde credibilità, qualsiasi politica — severa o permissiva che sia — diventa più difficile da applicare.

E alla fine, come spesso accade, il prezzo lo pagano sempre gli stessi: i cittadini.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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