Vannacci, la Lega e il punto in cui la coerenza smette di essere comoda
di Monica Vendrame
Non c’è nulla di più comodo, in politica, che confondere la coerenza con l’obbedienza.
È il trucco più vecchio del repertorio: quando qualcuno smette di allinearsi, lo si accusa di tradimento. Ma il tradimento, quello vero, non è mai di chi se ne va. È di chi resta fermo mentre cambia direzione.
La decisione del generale Roberto Vannacci di lasciare la Lega non nasce da un capriccio né da un calcolo personale. Nasce da una frattura che da tempo era sotto gli occhi di tutti, ma che in pochi hanno avuto il coraggio di chiamare col suo nome: l’incoerenza strutturale di un partito che dice una cosa e ne fa un’altra, che a giorni alterni si proclama identitario e sovranista e, senza battere ciglio, si riscopre liberale, progressista, compatibile con qualunque agenda purché non costringa a scegliere.
Vannacci ha messo il dito nella piaga quando ha ricordato che l’immigrazione non è una questione emotiva, né una gara di bontà a uso dei salotti. È una questione di identità, di sicurezza, di economia, di civiltà. E soprattutto di realtà. Perché il collegamento tra immigrazione incontrollata e criminalità non è una suggestione ideologica, ma un dato certificato dai rapporti del Ministero dell’Interno. Negarlo significa mentire sapendo di mentire, oppure vivere talmente lontani dalla vita quotidiana da potersi permettere il lusso di chiamare “percezione” ciò che per molti è esperienza diretta.
Quando Vannacci cita Modena non parla per sentito dire. Parla di una città che trent’anni fa non aveva bisogno di porte blindate, inferriate, scorte psicologiche. Oggi sì. E non perché i cittadini siano diventati più paurosi, ma perché la politica ha smesso di proteggere chi vive nei quartieri normali, quelli che usano i mezzi pubblici, che non hanno sicurezza privata, che non abitano nei piani alti dell’ipocrisia.
È qui che la parola “remigrazione” viene usata come spauracchio, ridotta a caricatura, associata scientemente a immagini estreme per evitare il confronto sul merito. Eppure la remigrazione è già in atto in Europa: ritorni volontari incentivati, rimpatri per chi non ha titolo a restare, espulsioni per chi viola le leggi o rifiuta l’integrazione. Quindici Paesi europei hanno chiesto alla Commissione strumenti straordinari. Ma quando lo dice Vannacci, improvvisamente diventa indicibile.
Il punto di rottura definitivo arriva però sul piano politico. Non si può fare una campagna dicendo “basta armi all’Ucraina” e il giorno dopo firmare i decreti per inviarle. Non si può promettere di demolire la legge Fornero e poi restare in una coalizione che la conferma e la irrigidisce. Non si può bollare come inopportuna una proposta di legge popolare sulla remigrazione e poi organizzare una piazza con lo stesso identico tema. Questa non è mediazione. È schizofrenia politica.
Quando Matteo Salvini richiama lealtà, onore e disciplina, Vannacci risponde con una distinzione che fa male perché è vera: lealtà non è obbedienza cieca, onore non è immobilismo, disciplina non è rinunciare a pensare. E il dovere non è tacere, ma assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Restare, in quel contesto, sarebbe stato il vero tradimento: non del partito, ma di se stesso.
A chi lo accusa di aver “abbandonato il posto di combattimento”, Vannacci rovescia l’accusa: non è lui ad aver cambiato direzione, è il taxi. E se il taxi vira altrove, si scende. Anche a costo di proseguire a piedi, con lo zaino in spalla, senza semafori verdi concessi dall’opportunismo. Perché la meta conta più del mezzo.
Nemmeno l’argomento dello scranno europeo regge. La Costituzione è chiara: il mandato è dell’eletto, non del partito. E quei 563.000 voti non erano un regalo alla Lega, ma un voto scritto, nome per nome. Voto che, paradossalmente, ha permesso al partito di ottenere più seggi di quanti ne avrebbe avuti senza di lui. Parlare di ingratitudine, in questo caso, è un esercizio di memoria selettiva.
Lasciare la Lega non significa uscire dal centrodestra guidato da Giorgia Meloni. Significa, semmai, provare a costruire qualcosa che abbia il coraggio di dire quello che pensa e di fare quello che dice. Un soggetto politico che non viva di ambiguità tattiche, ma di indirizzo chiaro.
Alla fine, il nodo è tutto qui: non è una questione di uomini, né di simboli. È una questione di direzione. E quando chi guida finge di andare dritto mentre sterza, chi scende non è un traditore. È l’unico che ha capito che la strada stava cambiando.

