Tra decreti silenziosi e direttive Nato, le corsie rischiano di trasformarsi in retrovie militari
di Fiore Sansalone
In Italia è nato un tavolo permanente al Ministero della Salute per la cosiddetta “resilienza dei soggetti critici”.
Sulla carta si tratta di pianificare la risposta sanitaria in caso di emergenze estreme. Nei fatti, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore e ripreso da altri media, il piano prevede tre fasi: preparazione all’arrivo delle truppe, mobilità militare sul territorio, gestione dei feriti in scenari di guerra. Non più quindi solo emergenze civili, ma anche scenari Nato con attivazione degli articoli 3 e 5 del Patto Atlantico.
Francia e Germania lo hanno già fatto, ci viene detto, e l’Italia “si adegua”. Ma a chi dobbiamo render conto? Non al Parlamento, che non risulta coinvolto; non ai cittadini, che nulla sanno se non da frammenti di stampa; non al personale sanitario, chiamato a fare i conti con una prospettiva che nessuno ha discusso apertamente.
Il quadro certo è che il tavolo esiste, che si è già riunito due volte, che nelle ipotesi ci sono scenari CRBN (chimici, biologici, radiologici, nucleari) e protocolli di “host nation support”. Il resto è nebbia: quante risorse civili verranno dirottate? Quali ospedali dovranno accogliere feriti militari? Con quali vincoli per medici e infermieri già allo stremo?
La sanità italiana non riesce a smaltire le liste d’attesa, né a garantire reparti aperti in molte province. Eppure la priorità sembra essere piegare le strutture alla logica della guerra. Non è un dettaglio tecnico: è una scelta politica. E non può passare in silenzio.
Un Paese democratico non si prepara alla guerra alle spalle dei suoi cittadini. Non si può trasformare l’ospedale, simbolo della cura, in retrovia bellica senza un dibattito pubblico, senza spiegare costi e conseguenze. L’alternativa è chiara: o chiediamo trasparenza ora, o accetteremo domani che la guerra, da scenario “improbabile”, sia entrata già nelle nostre corsie.

