Milioni di italiani rischiano di dire addio alla propria auto. Ma la politica ha ancora il piede sull’acceleratore del rinvio
di Fiore Sansalone
C’è una data che inizia a far tremare le agende di molti automobilisti del Nord Italia: 1° ottobre 2025. Quel giorno, secondo quanto previsto da un decreto del governo (il n.121 del 2023), scatterà il divieto di circolazione per le auto diesel Euro 5 in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Una stretta sulla mobilità che nasce da due sentenze della Corte di giustizia dell’Unione Europea, le quali impongono all’Italia di darsi una mossa concreta per migliorare la qualità dell’aria.
Le Regioni coinvolte, benché “costrette” all’adeguamento normativo, hanno già tradotto il provvedimento in regolamenti locali. In Piemonte, lo stop varrà inizialmente dal 1° ottobre 2025 al 15 aprile 2026, e in seguito ogni anno dal 15 settembre al 15 aprile, dalle 8.30 alle 18.30 nei giorni feriali e nei comuni con oltre 30.000 abitanti. In Lombardia, il divieto sarà in vigore tutto l’anno (festivi esclusi) dalle 7.30 alle 19.30. In Emilia-Romagna, scatterà ogni anno dal 1° ottobre al 31 marzo, sempre nella fascia oraria 8.30-18.30. Il Veneto non fa eccezione: anche qui si va verso limitazioni simili.
Il numero dei veicoli coinvolti è impressionante: secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, sarebbero circa sette milioni in tutta Italia, oltre 100mila solo per i veicoli commerciali Euro 5. Un’enormità, soprattutto se si considera che molti di questi mezzi sono ancora perfettamente funzionanti e in uso quotidiano da famiglie, artigiani e piccoli imprenditori.
Politica e incertezza: il blocco sarà rinviato?
A meno di quattro mesi dalla scadenza, la politica è al lavoro per disinnescare quella che molti vedono come una bomba sociale ed economica. Le stesse Regioni, pur avendo dato attuazione al decreto, premono ora sul governo per ottenere una moratoria o una trattativa in extremis con Bruxelles.
La Lega, per voce di Salvini, ha annunciato un possibile emendamento al decreto Infrastrutture in discussione in Parlamento. L’obiettivo? Rinviare (o ammorbidire) il blocco, conciliando il rispetto degli obblighi europei con le esigenze concrete di milioni di cittadini. "La transizione deve essere accompagnata, non imposta", ha detto il vicepremier. E ha promesso: “Sto lavorando personalmente a un emendamento per scongiurare il blocco dei diesel Euro 5, che rischia di causare enormi problemi familiari, lavorativi e commerciali, specialmente in pianura padana”.
Nel frattempo, si parla anche del Piano sociale per il clima, con circa 7 miliardi di euro europei che l’Italia potrebbe usare per interventi su trasporti e riqualificazione energetica, compresi incentivi per l’acquisto di nuove auto. Ma serviranno criteri rigorosi, probabilmente legati all’Isee (si parla di un tetto a 20mila euro), per evitare che l’aiuto arrivi a pioggia.
Questa vicenda è lo specchio di una transizione ecologica che rischia di lasciare indietro proprio chi ha meno strumenti per affrontarla. La qualità dell’aria è un bene comune e inalienabile. Ma anche la mobilità, soprattutto per chi vive fuori dalle grandi città, lo è. Il paradosso è evidente: l’Europa ci richiama perché respiriamo troppo smog, ma l’unico modo per ridurre l’inquinamento sembra, ancora una volta, scaricarsi sui più deboli.
Forse serve una vera politica di accompagnamento, non solo una serie di divieti. E servirebbe anche un po’ di onestà comunicativa: perché chi oggi compra un diesel Euro 6, tra cinque anni potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione. Un’auto nuova, ma già vecchia.
Se vogliamo davvero cambiare strada, dobbiamo cominciare a parlare non solo di ciò che si deve vietare, ma soprattutto di ciò che si può costruire insieme. A partire da una mobilità più giusta, per tutti.

