di Fiore Sansalone
Il governo ha incassato la fiducia alla Camera su un provvedimento che promette di intervenire su molti fronti legati alla sicurezza pubblica. Si chiama “decreto Sicurezza”, ma il nome, come spesso accade, racconta solo una parte della storia. I suoi 39 articoli non si limitano a punire comportamenti pericolosi o tutelare le forze dell’ordine: dentro ci sono anche scelte che toccano il cuore del dibattito sui diritti civili, sulla libertà di manifestare, sulla gestione delle fragilità sociali. E che stanno già provocando polemiche e ricorsi alla Consulta da parte di alcune Regioni.
Uno dei pilastri del decreto è il giro di vite contro chi occupa abusivamente un’abitazione. La nuova norma prevede pene severe: da due a sette anni di carcere. In più, viene introdotta una procedura accelerata per lo sgombero, che consentirebbe il reintegro immediato del proprietario nell'immobile. Sempre più persone si ritrovano la casa occupata dopo un’assenza temporanea – per lavoro, per cure mediche, per una vacanza – e finiscono per dormire in macchina o in strada. In questi casi, lo Stato ha il dovere di intervenire per ristabilire rapidamente il diritto di proprietà e proteggere chi è stato privato della propria abitazione. Dall’altro lato, però, molte realtà sociali denunciano il rischio di criminalizzare la povertà, colpendo anche chi occupa spazi per necessità, in un contesto in cui l’emergenza abitativa resta irrisolta. La misura rischia di trasformarsi in un’arma spuntata se non accompagnata da politiche pubbliche efficaci per garantire il diritto alla casa.
Un altro punto fortemente discusso riguarda chi protesta bloccando strade o linee ferroviarie. Anche modo pacifico. Il decreto introduce un nuovo reato che punisce questi blocchi con pene fino a un mese per i singoli e fino a due anni per chi agisce in gruppo.
La libertà di manifestare è sacrosanta, ma come ogni libertà, deve convivere con i diritti degli altri: quello di circolare, di lavorare, di accedere a cure o servizi. Quando una protesta blocca treni, strade o intere città, può finire per colpire cittadini comuni, spesso quelli più fragili – pendolari, lavoratori a giornata, persone che devono raggiungere un ospedale.
Il punto non è demonizzare il dissenso, ma chiedere responsabilità e proporzionalità: una democrazia forte permette di protestare, ma non può tollerare che il diritto di pochi prevalga sistematicamente su quello di tutti. Allora sì, ha senso voler regolare certe forme di protesta, soprattutto se reiterate e ad alto impatto, purché questo non diventi un pretesto per zittire ogni voce contraria. Equiparare un sit-in alla criminalità è un salto che fa discutere giuristi, attivisti e parte del mondo accademico.
Quella che forse ferisce di più è la svolta sulle carceri femminili. Fino a ieri, le madri con figli sotto i 3 anni vedevano il rinvio automatico della pena. Ora sarà il giudice a decidere. Monica Calcagni, Garante nazionale dei detenuti, non usa mezzi termini: «Condanniamo bambini innocenti a vivere in cella. È la morte dello Stato sociale».
Stessa tensione per i migranti: per comprare una SIM servirà un documento d’identità, non più il permesso di soggiorno. «Un’assurdità – sbotta Antonello Ciervo della Digital Rights Foundation – il 30% dei richiedenti asilo non ha passaporto. Come chiameranno i medici o gli avvocati?».
Le rivolte nei penitenziari e nei centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) diventano reato specifico, con pene che vanno da 1 a 5 anni. Si prevede anche un’aggravante per chi istiga alla disobbedienza all’interno delle carceri, anche attraverso mezzi di comunicazione. E viene introdotto un nuovo reato: la resistenza passiva, cioè l’ostruzione non violenta ma intenzionale a interventi delle forze dell’ordine.
Stretta anche sulla cannabis light: vietata la coltivazione e la vendita delle infiorescenze, anche a basso contenuto di THC, se non per usi industriali. Chi vende o cede cannabis light sarà trattato alla stregua di chi commercia sostanze stupefacenti tradizionali.
Si amplia l’uso delle bodycam per le forze dell’ordine, anche se non sarà obbligatorio. Le telecamere potranno essere utilizzate durante manifestazioni, controlli in stazioni, siti sensibili e a bordo treno. Possibile anche la videosorveglianza nei luoghi dove sono trattenute persone private della libertà.
Il decreto prevede un’aggravante per i reati contro pubblici ufficiali commessi allo scopo di fermare opere pubbliche strategiche, come quelle contestate dai movimenti NoTav e NoPonte.
Ampia la tutela legale per le forze dell’ordine: lo Stato raddoppia il tetto massimo di rimborso spese legali, che potrà arrivare fino a 10.000 euro, per agenti coinvolti in procedimenti legati al servizio.
Il testo rende permanenti alcune norme a tutela degli operatori della sicurezza, includendo anche la repressione delle attività legate al terrorismo internazionale e all’eversione dell’ordine democratico.
Particolare attenzione è riservata alle truffe agli anziani, punite ora con pene da 2 a 6 anni di reclusione e multe fino a 3.000 euro. Stessa logica per l’accattonaggio minorile, che comporta una reclusione fino a 5 anni per chi ne fa uso.
Infine, viene introdotta una nuova aggravante per i reati commessi vicino a stazioni ferroviarie o della metropolitana, oppure a bordo dei convogli, in risposta all’aumento di episodi di microcriminalità in questi luoghi.
In definitiva, il Decreto Sicurezza si presenta come una misura ambiziosa e controversa, che tenta di rispondere a richieste di maggiore ordine e tutela, ma al tempo stesso solleva interrogativi profondi su cosa siamo disposti a sacrificare in nome della sicurezza. La vera sfida sarà garantire che il confine tra legalità e libertà non diventi un muro invalicabile, ma resti una linea sottile da attraversare con responsabilità e rispetto reciproco. Perché la sicurezza è un diritto, ma anche la libertà lo è. E solo bilanciandole con saggezza si costruisce una democrazia che non abbia paura di se stessa.

