RUBRICA IL PUNGIGLIONE - Se ventisette Paesi sono troppi, difficili da mettere d’accordo e magari hanno persino il brutto vizio di avere interessi diversi, ecco la soluzione: cominciano a decidere i sei più grossi.
Si chiama E6 e riunisce Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Paesi Bassi, le sei maggiori economie dell’Unione Europea.
Il progetto è partito il 28 gennaio 2026 su iniziativa dei ministri delle Finanze tedesco e francese. E gli obiettivi dichiarati non riguardano esattamente questioni secondarie: mercati dei capitali, ruolo internazionale dell’euro, materie prime strategiche e difesa.
Anzi, i promotori parlano espressamente di rafforzare la “sovranità europea”.
La formula è rassicurante: i sei dovrebbero preparare posizioni comuni, dare impulso alle decisioni e rendere l’Europa più veloce.
Tradotto: i sei Paesi più forti cominciano a stabilire la linea prima degli altri.
E non è rimasto tutto sulla carta. Il 28 maggio, a Berlino, i ministri dell’E6 hanno già raggiunto una posizione comune sul pacchetto europeo relativo all’integrazione e alla supervisione dei mercati finanziari.
Dopo anni trascorsi a sentirci dire che l’Europa è la casa comune di ventisette Stati, rischiamo quindi di ritrovarci con ventisette a tavola, ma sei in cucina a scegliere il menù.
Poi agli altri verrà magari consentito di discutere il contorno.
Naturalmente l’E6 non è un superstato e non ha già sottratto formalmente sovranità ai Paesi aderenti.
Ma sarebbe altrettanto assurdo fingere che la questione della sovranità non esista.
Perché se un numero crescente di decisioni strategiche viene concordato a livello europeo, una parte sempre maggiore della capacità decisionale dei singoli Stati viene inevitabilmente esercitata insieme agli altri e non più autonomamente.
Chiamatela integrazione.
Chiamatela coordinamento.
Chiamatela, come fanno i promotori, sovranità europea.
Ma più decisioni vengono prese insieme, meno decisioni restano esclusivamente nelle mani dei singoli governi.
E la faccenda diventa ancora più delicata quando arriviamo al riarmo.
Tra gli obiettivi dell’E6 c’è infatti un coordinamento molto più stretto degli investimenti nella difesa, con particolare attenzione a sistemi d’arma comuni e acquisti congiunti.
Qui non parliamo più di qualche oscuro regolamento europeo.
Parliamo di miliardi, armamenti, industria militare e scelte strategiche.
E soprattutto di una domanda: chi stabilisce quale minaccia dobbiamo considerare prioritaria e fino a che punto l’Italia deve legare la propria politica militare alle decisioni degli altri grandi Paesi europei?
Nel dibattito sul rafforzamento della difesa europea il riferimento alla Russia come minaccia strategica è ormai centrale. E più la difesa viene integrata, più diventa inevitabile chiedersi quale margine resterà ai singoli Stati per seguire, domani, una politica estera differente.
E poi c’è Giorgia Meloni.
Perché l’Italia nell’E6 non ci è capitata per caso.
Il governo Meloni partecipa a questo progetto fin dalla sua nascita attraverso il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Ed è qui che la contraddizione politica diventa difficile da ignorare.
La Meloni che ha costruito una parte importante del proprio consenso parlando di sovranità nazionale, interesse italiano e critica all’Europa dei burocrati oggi guida un Paese che siede in prima fila in un processo che punta a rafforzare il coordinamento europeo proprio su alcune delle materie nelle quali la sovranità conta di più.
Non significa che abbia ceduto la sovranità italiana.
Significa però che una spiegazione agli italiani sarebbe quantomeno opportuna.
Perché se fino a ieri la parola d’ordine era “meno Bruxelles e più Italia”, oggi ci ritroviamo con più coordinamento europeo, più integrazione finanziaria, più difesa comune e l’Italia seduta al tavolo ristretto dei sei grandi.
Forse la sovranità era indispensabile quando serviva a conquistare Palazzo Chigi. Poi deve essere diventata improvvisamente più negoziabile.
Ma c’è anche un problema di tempi.
Nel 2027 la Francia eleggerà il successore di Emmanuel Macron, mentre il Rassemblement National continua a presentarsi come una delle forze più forti del Paese.
In Germania le elezioni federali sono più lontane, ma il vento politico è già evidente: nelle regioni orientali l’AfD raccoglie consensi altissimi e contesta apertamente l’attuale direzione dell’integrazione europea.
Insomma, proprio mentre in due dei Paesi decisivi dell’Unione cresce un elettorato che chiede meno integrazione e più autonomia nazionale, i governi attuali accelerano nella direzione opposta.
Tutto legittimo sul piano formale.
Ma politicamente una domanda è inevitabile:
perché tanta fretta proprio adesso, mentre il vento elettorale potrebbe presto soffiare nella direzione contraria?
Ed è qui che si apre il vero bivio.
Se questa nuova architettura europea verrà consolidata prima di un cambio di vento politico, i governi futuri potrebbero trovarsi davanti a un sistema già difficile da smontare.
Se invece Francia o Germania dovessero cambiare rotta prima che il progetto sia consolidato, l’E6 potrebbe perdere due dei suoi pilastri principali e mettere in difficoltà la stessa coesione dell’Unione Europea.
In entrambi i casi, i prossimi mesi diranno se l’Europa sta andando verso un’integrazione ancora più stretta o verso una frattura più profonda.
E qui resta la domanda più scomoda:
se prima del voto si consolida un sistema che restringe i margini di scelta nazionale, gli elettori saranno ancora liberi di cambiare governo. Ma il nuovo governo potrebbe essere molto meno libero di cambiare politica.

