Il Progetto Baita, l’arrivo delle famiglie israeliane e l’accoglienza che non vale per tutti
di Monica Vendrame
C’è una storia che in Italia viene raccontata quasi soltanto con il linguaggio rassicurante della rinascita dei borghi.
Una valle che si ripopola, case vuote che tornano a vivere, scuole che si riempiono, professionisti stranieri che acquistano rustici, investono, lavorano da remoto e portano nuova linfa in territori segnati da anni di spopolamento.
Siamo in Valsesia, tra Borgosesia, Varallo, Cravagliana, Scopello e altri comuni del Vercellese. Al centro c’è il Progetto Baita, iniziativa che ha favorito l’arrivo di numerose famiglie israeliane in Piemonte. Una vicenda che, letta in superficie, sembra persino esemplare: da una parte piccoli paesi che rischiavano il declino, dall’altra persone in cerca di sicurezza, normalità, futuro.
Ma è proprio qui che la narrazione comoda comincia a scricchiolare.
Mentre i media insistono sul racconto dei borghi “salvati”, resta sullo sfondo una domanda scomoda: chi ha diritto a fuggire dalla guerra? Chi può ricominciare altrove? Chi può attraversare i confini, comprare casa, portare con sé lavoro, capitale, connessioni e futuro?
La risposta è brutale: può farlo chi possiede passaporti forti, risorse economiche, relazioni, protezioni istituzionali. Non può farlo chi resta intrappolato sotto le bombe, senza visti, senza corridoi umanitari, senza aeroporti, senza acqua, senza ospedali, senza una via d’uscita.
E allora la questione non è la singola famiglia israeliana che arriva in Valsesia. Sarebbe disumano trasformare le persone in bersagli. Ma sarebbe altrettanto disonesto fingere che questa vicenda non abbia un significato più ampio.
Mentre alcuni cittadini israeliani possono lasciarsi alle spalle un Paese in guerra e trovare rifugio tra le montagne piemontesi, i civili palestinesi di Gaza restano chiusi dentro una gabbia. Non scelgono una valle alpina. Non acquistano una baita. Non lavorano in smart working con la fibra veloce. Restano lì, prigionieri di un assedio che l’Occidente guarda, commenta, condanna a parole e poi lascia proseguire.
Questa è l’asimmetria che disturba. Questa è la ferita morale.
Il Progetto Baita viene presentato come un modello intelligente di ripopolamento. E forse, dal punto di vista amministrativo, lo è davvero. Ma quando l’ideatore immagina anche un polo legato a cyber security e intelligenza artificiale, settori nei quali Israele è certamente una potenza, diventa impossibile separare del tutto l’economia civile da quella militare, la tecnologia dalla sicurezza, la ricerca dalla macchina statale.
E allora no, non basta dire: arrivano famiglie, portano vita, pagano le case, riempiono le scuole. Bisogna chiedersi quale tipo di trasformazione stia avvenendo nei territori italiani. Bisogna chiedersi perché alcuni arrivi vengano accolti come ricchezza e altri ignorati come un peso; perché certi profughi abbiano volto, curriculum e capitale, mentre altri restino numeri sepolti sotto le macerie.
In questa vicenda la parola più importante non è “accoglienza”. È “selezione”.
L’Italia che spalanca le porte a chi può investire è la stessa che spesso si volta dall’altra parte davanti a chi scappa senza nulla. L’Europa che riconosce il diritto alla paura degli israeliani non riconosce, con la stessa forza, il diritto alla sopravvivenza dei palestinesi. La politica che applaude la rinascita dei borghi tace davanti all’impossibilità, per una famiglia palestinese, di raggiungere quegli stessi luoghi e salvarsi.
Nessuno dovrebbe minacciare nessuno. Nessuna famiglia deve essere intimidita, aggredita o trasformata in capro espiatorio. La violenza non è mai una risposta politica: è solo il modo più rapido per cancellare le domande giuste.
Ma proprio per questo quelle domande vanno poste con più forza.
Che cosa sta accadendo in Valsesia? È solo ripopolamento? È solo integrazione? O siamo davanti a un fenomeno che merita almeno un dibattito pubblico serio, trasparente, adulto?
Se una valle italiana diventa rifugio per chi fugge dalla tensione di Israele, mentre Gaza resta una prigione a cielo aperto, allora non siamo davanti soltanto a una storia locale. Siamo davanti allo specchio di un ordine mondiale profondamente ingiusto.
Un ordine in cui la fuga dalla guerra non è un diritto universale, ma un privilegio.
E quando anche la salvezza diventa una questione di passaporto, denaro e appartenenza geopolitica, allora il problema non è più una valle del Piemonte. Il problema siamo noi: la nostra indifferenza, il nostro silenzio, la nostra straordinaria capacità di commuoverci solo quando la sofferenza arriva dalla parte giusta del mondo.

