di Monica Vendrame
La vicenda delle parole attribuite a Donald Trump su Giorgia Meloni, secondo cui la presidente del Consiglio avrebbe insistito per ottenere una fotografia con lui, è stata smentita con forza dalla stessa Meloni.
E la smentita va registrata. Ma sarebbe ingenuo fermarsi qui, come se tutto potesse essere liquidato con un video indignato, una replica ufficiale e qualche dichiarazione di solidarietà istituzionale.
Il punto vero è un altro: come siamo arrivati al punto in cui il presidente degli Stati Uniti può permettersi, anche solo per un istante, di raccontare il capo del governo italiano con quel tono?
Non è una questione di galateo diplomatico. È una questione politica. Profonda. Seria. Persino umiliante.
Da anni Giorgia Meloni costruisce la propria immagine pubblica intorno a una parola: sovranità. L’Italia che rialza la testa. L’Italia che non prende ordini. L’Italia che difende l’interesse nazionale. Era questa la promessa. Era questo il racconto.
Poi arriva la prova dei fatti. E la prova dei fatti racconta una storia diversa.
Racconta un governo durissimo con i deboli e prudentissimo con i forti. Inflessibile con i migranti, aggressivo con gli avversari interni, teatrale contro Bruxelles quando serve alla propaganda. Ma molto più morbido quando la partita si gioca con Washington, con la NATO, con Israele, con gli equilibri veri del potere internazionale.
E allora bisogna dirlo senza troppi giri di parole: se il sovranismo vale solo contro chi non può reagire, non è sovranismo. È posa. È teatro. È marketing politico.
Sull’Ucraina, l’Italia ha scelto una linea di pieno allineamento atlantico. Si può essere favorevoli o contrari, ma il dato politico resta: Roma non ha costruito una posizione autonoma, non ha imposto una propria mediazione, non ha aperto una strada italiana alla pace. Ha seguito. Ha confermato. Ha accettato il perimetro stabilito dagli alleati più forti.
Lo stesso schema si ritrova sulla NATO e sulle spese militari. Mentre gli italiani fanno i conti con sanità in affanno, salari fermi, pensioni leggere e territori abbandonati, l’aumento delle risorse per difesa e sicurezza viene presentato come inevitabile. Ma un governo sovranista dovrebbe chiedere conto di ogni euro sottratto ai bisogni interni. Dovrebbe avere il coraggio di dire che l’appartenenza a un’alleanza non può trasformarsi in obbedienza automatica.
E invece no. L’Italia si adegua. Prende atto. Cerca di non disturbare.
Lo stesso atteggiamento si è visto su Gaza. Davanti a una tragedia umanitaria enorme, davanti alle immagini di distruzione, fame, bambini uccisi, ospedali colpiti e popolazione civile allo stremo, il governo italiano ha scelto per mesi una prudenza esasperata. Parole misurate, formule diplomatiche, richiami generici alla pace, ma nessuna vera rottura politica. Nessuna voce forte capace di dire a Israele che esiste un limite e che la vita dei civili palestinesi non vale meno di quella di altri popoli.
Anche sul riconoscimento dello Stato di Palestina, la linea è stata quella del rinvio, delle condizioni, della cautela. Sempre un passo indietro rispetto al coraggio che la situazione avrebbe richiesto. Sempre attenti a non irritare alleati, a non esporsi troppo.
E allora la domanda torna: dov’è la sovranità?
Dov’è l’Italia che avrebbe dovuto parlare con voce propria? Dov’è il governo patriota quando si tratta di difendere una posizione autonoma su Gaza, sull’Ucraina, sulla NATO, sulle spese militari, sulla politica estera? Dov’è il coraggio di dire “no” quando dire “sì” è comodo, facile e gradito ai potenti?
Il patriottismo non si misura con le bandiere alle spalle durante una conferenza stampa. Si misura quando Washington indica una strada e tu hai il dovere di chiederti se quella strada coincida davvero con l’interesse dell’Italia. Si misura quando Israele supera ogni limite e tu devi decidere se tacere o parlare. Si misura quando la NATO chiede più risorse e tu devi spiegare agli italiani perché mancano soldi per curarsi, lavorare e vivere dignitosamente, ma non mancano mai quando si tratta di armamenti.
La verità è che questo governo ha confuso l’orgoglio nazionale con la scenografia. Ha trasformato il sovranismo in una recita interna: feroce nei toni, fragile nei fatti. Forte con chi sta sotto, prudente con chi sta sopra. Spavaldo nei comizi, composto nei palazzi del potere internazionale.
Ed è qui che la vicenda Trump diventa simbolica. Non perché una fotografia cambi la storia. Non perché una frase, da sola, possa definire l’intera politica estera italiana. Ma perché quella frase fotografa una percezione. Racconta un rapporto di forza. Mostra come il potente americano si senta libero di trattare l’Italia non come un interlocutore da rispettare, ma come un alleato minore.
Oggi la reazione arriva solo quando l’umiliazione diventa pubblica. Prima, per anni, l’allineamento è stato presentato come realismo. La prudenza come responsabilità. L’obbedienza come affidabilità internazionale. Ma un Paese non è affidabile perché dice sempre sì. Un Paese è rispettato quando sa dire sì e sa dire no. Quando sa stare nelle alleanze senza diventare subalterno.
Il fallimento del sovranismo meloniano è tutto qui: ha promesso un’Italia protagonista e rischia di consegnare un’Italia esecutrice. Ha promesso dignità e ha prodotto dipendenza. Ha promesso autonomia e ha praticato allineamento. Ha promesso la schiena dritta e troppo spesso ha mostrato il cappello in mano.
Gaza, Ucraina, NATO, spese militari, rapporti con Washington: ogni dossier racconta lo stesso schema. L’Italia non guida, segue. Non incide, si accoda. Non costruisce una linea propria, aspetta che la linea venga decisa altrove.
Poi la riveste di parole solenni: patriottismo, responsabilità, interesse nazionale.
Ma le parole, alla lunga, non bastano più.
Perché se un governo si dice sovranista ma non riesce a esercitare sovranità nei passaggi decisivi, allora non siamo davanti a una politica estera. Siamo davanti a una rappresentazione. E se il patriottismo serve solo a vincere le elezioni, ma sparisce quando bisogna guardare negli occhi i potenti, allora non è patriottismo. È propaganda.
L’Italia merita altro. Merita alleanze, certo, ma non sudditanza. Merita rispetto, non carezze concesse dal potente di turno.
Per questo la vicenda pesa. Perché non parla soltanto di Trump. Non parla soltanto di Meloni. Non parla soltanto di una foto.
Parla di un Paese che aveva promesso di rialzare la testa e che troppo spesso continua a piegarla.
E quando il sovranismo finisce così, con il cappello in mano davanti ai potenti, non resta più nulla della sovranità.
Resta solo la posa.
E il conto, come sempre, lo paga l’Italia.

