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La vicenda, emersa dal dibattito pubblico e dalle notizie riportate in questi giorni, impone una riflessione più ampia sulla libertà di stampa e sul rischio delle cause-bavaglio

 

di  Monica Vendrame 

La libertà di stampa non si difende a giorni alterni, né soltanto quando riguarda il giornale che ci piace.

Si difende sempre. Anche quando il giornale in questione è scomodo, divisivo, criticato, politicamente lontano da una parte dell’opinione pubblica. Perché il punto, nel caso che coinvolge Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, la Rai, Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, non è stabilire se si condivida o meno la linea editoriale del Fatto. Il punto è capire se in Italia un giornale possa essere messo economicamente in ginocchio per avere fatto il proprio mestiere.

La vicenda nasce dalle notizie pubblicate e dai servizi televisivi legati alla grazia concessa a Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda, condannata in via definitiva nell’ambito del processo Ruby bis. Su quella grazia sono stati sollevati interrogativi, ricostruzioni, commenti, valutazioni giornalistiche. Si può discutere tutto: il tono, le parole usate, la correttezza delle ricostruzioni, l’eventuale danno reputazionale. Ma ciò che oggi preoccupa è la dimensione della reazione giudiziaria.

Secondo quanto riportato dalla stampa, sarebbero state avviate negli Stati Uniti azioni legali con richieste risarcitorie molto elevate nei confronti del Fatto Quotidiano e della Rai. In Italia, a Roma, sarebbe stata promossa un’ulteriore causa milionaria. Numeri enormi, che appaiono sproporzionati rispetto alla normale dialettica tra informazione, critica e tutela della reputazione. Ed è proprio qui che la questione smette di essere una controversia privata e diventa un problema pubblico.

Perché una cosa è chiedere giustizia se ci si ritiene danneggiati da un articolo o da un servizio televisivo. Altro è mettere in campo richieste economiche tali da produrre un effetto potenzialmente devastante sull’esistenza stessa di una testata. Quando il risarcimento domandato assume dimensioni astronomiche, il messaggio che arriva alle redazioni è chiaro: pubblicare un’inchiesta, sollevare dubbi, porre domande scomode può costare carissimo. Non solo in termini professionali, ma anche economici.

È questo il cuore del problema. Quale giornale, domani, avrebbe il coraggio di affrontare vicende delicate se sapesse di poter essere travolto da una causa capace di comprometterne la sopravvivenza? Quale direttore autorizzerebbe un’inchiesta su poteri economici, politici o mediatici sapendo che il prezzo potrebbe essere una richiesta risarcitoria da centinaia di milioni? Quale cronista continuerebbe a scavare, raccogliere documenti, ascoltare testimonianze, pubblicare fatti sgraditi?

La libertà di stampa non serve a proteggere i giornalisti comodi. Serve soprattutto a proteggere quelli che disturbano. Serve a garantire che qualcuno possa fare domande anche quando quelle domande infastidiscono. Serve a impedire che il potere, qualunque potere, possa scegliere quali notizie debbano circolare e quali invece debbano essere sepolte sotto il peso della paura.

Marco Travaglio può piacere o non piacere. Il Fatto Quotidiano può essere condiviso, criticato, contestato. È normale che sia così. Un giornale libero non nasce per essere unanimemente applaudito. Ma non si può ignorare che il Fatto rappresenti da anni una delle voci più riconoscibili del giornalismo italiano indipendente, anche per la scelta di non dipendere dal finanziamento pubblico diretto ai giornali. Una scelta editoriale e imprenditoriale che, nel panorama italiano, ha un peso politico e culturale evidente.

Proprio per questo colpisce il silenzio, o la freddezza, di una parte del mondo dell’informazione. Quando una testata viene esposta a una pressione economica di tale portata, dovrebbero preoccuparsi tutti: i giornali concorrenti, quelli politicamente avversi, le redazioni che non condividono una sola riga del Fatto Quotidiano. Perché oggi può toccare a Travaglio, domani a una piccola testata locale, dopodomani a un cronista che indaga su affari, appalti, sanità, criminalità, politica o interessi privati molto potenti.

La libertà di stampa non è una bandiera da sventolare solo quando conviene. È una garanzia per i cittadini. Senza giornali liberi, senza inchieste, senza pluralismo, la democrazia si riduce a una facciata. Restano i comunicati ufficiali, le dichiarazioni confezionate, le versioni più comode per chi governa o per chi dispone di grandi risorse economiche. Ma viene meno il diritto dei cittadini a conoscere ciò che qualcuno preferirebbe non far conoscere.

E questo avviene in un Paese che, sul piano della libertà di stampa, non può certo permettersi leggerezze. L’Italia è scesa al 56° posto su 180 Paesi nella classifica 2026 di Reporters sans frontières. Un arretramento che dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore la qualità della nostra democrazia. Le pressioni sui giornalisti, le querele temerarie, la concentrazione del potere mediatico, le norme che rischiano di limitare il diritto di cronaca e il clima sempre più ostile verso l’informazione indipendente non sono dettagli tecnici: sono segnali politici.

La storia italiana ci insegna che il giornalismo libero ha spesso pagato prezzi altissimi. Giornalisti isolati, delegittimati, querelati, minacciati, in alcuni casi uccisi dalla criminalità organizzata. Eppure proprio grazie a quel giornalismo sono emerse verità che altrimenti sarebbero rimaste sepolte. Scandali, intrecci di potere, responsabilità pubbliche, complicità, omissioni. Una società democratica non dovrebbe mai dimenticare quanto costi raccontare ciò che altri vorrebbero nascondere.

Nel caso Minetti-Cipriani, il tema non è stabilire per simpatia chi abbia ragione. Saranno eventualmente i giudici a valutare le singole responsabilità. Ma sul piano civile e democratico una domanda va posta subito: è accettabile che una controversia legata a notizie e commenti giornalistici si traduca in richieste economiche talmente elevate da poter intimidire non solo una testata, ma l’intero sistema dell’informazione?

La risposta dovrebbe essere no. Senza esitazioni.

Difendere oggi il diritto del Fatto Quotidiano a continuare a pubblicare non significa aderire alla sua linea editoriale. Non significa condividere ogni parola di Travaglio. Non significa negare il diritto di chi si ritiene danneggiato a rivolgersi alla giustizia. Significa però rifiutare l’idea che il giornalismo possa essere piegato attraverso la sproporzione economica, la paura, l’isolamento.

Una democrazia sana ha bisogno di più giornalismo, non di meno. Di più inchieste, non di meno. Di più pluralismo, non di un’informazione addomesticata dalla prudenza, dai rapporti di forza o dal timore di cause milionarie.

Per questo la vicenda non riguarda soltanto Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano. Riguarda tutti noi. Riguarda il diritto dei cittadini a essere informati. Riguarda il futuro delle redazioni indipendenti. Riguarda la possibilità, per chi fa questo mestiere, di continuare a porre domande senza doversi chiedere ogni volta se una domanda scomoda possa costare la chiusura di un giornale.

Quando un giornale rischia di essere piegato non dalle smentite, non dal confronto, non dalla forza dei fatti, ma dal peso economico di una causa, il problema non riguarda più soltanto quella redazione. Riguarda la democrazia.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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