La morte del piccolo Sam Fahd Abu Haikal interroga il silenzio dei governi, dell’Europa e dell’Italia davanti a un orrore che non può più essere trattato con parole prudenti
di Fiore Sansalone
Non può essere raccontata con parole prudenti la morte di Sam Fahd Abu Haikal, il bambino palestinese ucciso nella zona di Hebron, in Cisgiordania, mentre si trovava in auto con la sua famiglia.
Non può essere archiviata come un “incidente”, come una “tragica conseguenza”, come l’ennesimo episodio da lasciare scivolare nel flusso indistinto delle notizie.
Sam aveva sette mesi. A quell’età non si conoscono l’odio, i confini, le bandiere, le guerre degli adulti. A quell’età il mondo dovrebbe essere fatto soltanto di braccia, latte, sonno, pianto, carezze. E invece il piccolo Sam è stato colpito alla testa mentre era in auto con i genitori. Il padre e la madre sono rimasti feriti. Lui non ce l’ha fatta.
Le riflessioni di Gianluca Ferrara, già senatore, capogruppo in Commissione Esteri, editore e saggista di politica internazionale, ma soprattutto padre, partono proprio da questo punto: non siamo più davanti a singoli episodi isolati, ma a una catena di morte, impunità e assuefazione. Sam non è il primo bambino palestinese ucciso. Non è, purtroppo, nemmeno l’ultimo. È uno dei tanti nomi che rischiano di sparire nel grande archivio dell’orrore, mentre il mondo continua a discutere, distinguere, attenuare, contestualizzare.
E allora bisogna dirlo con chiarezza: non esiste alcuna ragione di sicurezza che possa rendere accettabile la morte di un neonato. Non esiste alcuna narrativa militare che possa cancellare il fatto essenziale: un bambino di sette mesi è stato ucciso mentre viaggiava con la sua famiglia.
Il caso di Sam richiama inevitabilmente quello di Hind Rajab, la bambina palestinese rimasta intrappolata in un’auto colpita a Gaza, circondata dai corpi dei familiari uccisi, mentre al telefono chiedeva aiuto. I soccorritori della Mezzaluna Rossa partirono per salvarla. Anche loro furono uccisi. Hind è diventata un simbolo non perché la sua morte sia stata l’unica, ma perché nella sua voce spaventata si è concentrato tutto l’abisso di questa tragedia.
Questi non sono dettagli secondari. Sono esempi concreti di una realtà che molti continuano a non voler guardare fino in fondo. Bambini colpiti nelle auto, bambini sepolti sotto le macerie, bambini morti negli ospedali, bambini senza anestesia, bambini amputati, bambini rimasti soli, bambini diventati numeri in comunicati che il giorno dopo nessuno ricorda più.
Eppure l’Occidente continua a girarsi dall’altra parte. Continua a parlare di equilibrio mentre i bambini muoiono. Continua a invocare il diritto internazionale quando conviene e a dimenticarlo quando diventa scomodo. Continua a usare parole tiepide davanti a fatti incandescenti.
Il silenzio dei governi europei pesa. Pesa il silenzio dell’Italia. Pesano le astensioni morali, i comunicati prudenti, le formule diplomatiche buone per non disturbare nessuno. Pesano le scelte politiche di chi non ha il coraggio di chiedere sanzioni vere, embargo sulle armi, responsabilità concrete. Pesano le ambiguità di chi si commuove per alcune vittime e diventa improvvisamente freddo davanti ad altre.
E in Italia pesa anche il comportamento del governo guidato da Giorgia Meloni. Pesa la distanza tra le parole di circostanza e le scelte concrete. Pesa una linea politica che, mentre esprime preoccupazione per la crisi umanitaria, continua a non assumere fino in fondo la responsabilità di una rottura netta con il governo israeliano. Pesa il freno posto, in diverse sedi politiche, davanti alla richiesta di sanzioni effettive e di un embargo sulle armi. Pesa l’ambiguità di chi parla di pace, ma non trasforma quella parola in atti conseguenti.
Giorgia Meloni si è spesso presentata pubblicamente come madre e come cristiana. Proprio per questo il silenzio davanti alla morte di un bambino di sette mesi appare ancora più insopportabile. Perché la maternità, se evocata come valore politico e morale, non può fermarsi davanti ai confini, alle alleanze, alle convenienze diplomatiche. E il cristianesimo, se richiamato come identità, non può restare muto davanti a un neonato ucciso, a una madre ferita, a un padre distrutto, a un popolo ridotto ogni giorno a contare i propri morti.
La domanda è semplice, brutale, inevitabile: la vita di un bambino palestinese vale quanto quella di un bambino israeliano? Il dolore di una madre palestinese vale quanto quello di una madre israeliana? Se la risposta è sì, allora non si può restare in silenzio. Se la risposta è sì, allora Sam deve indignare quanto ogni altra vittima innocente. Se la risposta è sì, allora non si può più fingere che la tragedia palestinese sia un tema complicato da lasciare agli esperti di geopolitica.
No. Qui la geopolitica viene dopo. Prima viene un bambino morto.
Non basta più dire “siamo preoccupati”. Non basta più chiedere genericamente la pace. Non basta più condannare “ogni violenza” con frasi che mettono tutto sullo stesso piano e finiscono per non dire nulla. La pace senza giustizia è solo una parola comoda. E la giustizia, oggi, passa anche dalla capacità di chiamare le cose con il loro nome.
Hebron non è un dettaglio. È uno dei luoghi simbolo dell’occupazione, della convivenza forzata, della pressione quotidiana sui palestinesi, della presenza dei coloni protetti dall’esercito, delle strade divise, dei checkpoint, della paura che diventa abitudine. In quel contesto Sam è stato ucciso. Non in un vuoto astratto, ma dentro una realtà segnata da decenni di occupazione e violenza.
Chi denuncia tutto questo non odia un popolo e non attacca una religione. Attacca le responsabilità di uno Stato, di un governo, di un esercito, di una cultura politica che ha reso possibile l’impunità. Criticare Israele non significa essere antisemiti. Chiedere giustizia per i palestinesi non significa negare il dolore degli israeliani. Significa rifiutare l’idea che esistano vittime di serie A e vittime di serie B.
Ed è qui che le parole di Gianluca Ferrara diventano, al di là della durezza del linguaggio, un richiamo necessario: non possiamo continuare a fingere di non vedere. Non possiamo commuoverci a comando. Non possiamo accettare che la morte dei bambini palestinesi venga trattata come rumore di fondo della storia.
Sam aveva sette mesi. Non conosceva l’odio. Non conosceva Hamas, Netanyahu, le risoluzioni ONU, le alleanze militari, le ipocrisie dell’Occidente. Conosceva forse il volto di sua madre, la voce di suo padre, il calore di una famiglia. Questo gli è stato tolto.

E quando a un bambino viene tolto tutto, il minimo che resta agli adulti è la vergogna. La vergogna per chi spara. La vergogna per chi giustifica. La vergogna per chi tace. La vergogna per chi continua a chiedere prudenza anche davanti a un neonato ucciso.
Sam non deve essere dimenticato. Hind non deve essere dimenticata. I bambini di Gaza non devono essere dimenticati. Perché il primo passo verso l’indifferenza è il silenzio. E il silenzio, davanti all’infanzia massacrata, non è neutralità: è complicità morale.

