di Monica Vendrame
C’è qualcosa di profondamente stonato in questa storia. Stonato e, diciamolo pure, inquietante.
Perché un cittadino che chiede un passo carrabile davanti al proprio garage non dovrebbe essere chiamato a dichiarare da che parte sta nella storia, nella politica, nella morale pubblica.
Dovrebbe presentare i documenti, pagare quanto previsto, dimostrare di avere i requisiti. Fine.
Invece a Verona è accaduto anche questo: una pratica ordinaria, quasi banale, è finita dentro il recinto di una dichiarazione politico-valoriale. Per ottenere un’autorizzazione amministrativa, al cittadino è stato chiesto di dichiarare il proprio riconoscimento nei valori costituzionali e il ripudio del fascismo.
E sia chiaro: non è il ripudio del fascismo il problema. Il fascismo è stato dittatura, violenza, cancellazione delle libertà. La Repubblica italiana nasce anche dalla sua sconfitta. Ma proprio per questo la democrazia non dovrebbe aver bisogno di trasformare ogni modulo, ogni sportello, ogni pratica comunale in una prova di fedeltà ideologica.
Il punto è un altro, molto più serio: che cosa c’entra tutto questo con un passo carrabile?
La democrazia non si difende chiedendo dichiarazioni ideologiche per autorizzare un cartello davanti a un garage. La democrazia si difende applicando le leggi, garantendo uguale trattamento ai cittadini, impedendo che la pubblica amministrazione diventi un filtro morale, politico o culturale.
Perché oggi la formula è l’antifascismo. Domani potrebbe essere qualunque altra formula. Cambierebbe il contenuto, ma resterebbe intatto il principio sbagliato: il cittadino, per accedere a un servizio o a un’autorizzazione amministrativa, deve prima pronunciare una specie di atto di conformità.
Ed è qui che la vicenda diventa grave.
Non perché qualcuno voglia difendere nostalgie improponibili. Non perché il fascismo possa essere relativizzato. Ma perché una pubblica amministrazione non può trasformare una pratica tecnica in una prova di appartenenza.
Il Comune non deve chiedere al cittadino una professione di fede civile per concedergli ciò che gli spetta se rispetta le norme. La Costituzione è già il quadro dentro cui tutti viviamo. Non c’è bisogno di trasformarla in una formula da firmare per aprire il cancello di casa.
Altrimenti si scivola in una burocrazia pedagogica, paternalista, invadente: quella che non si limita ad amministrare, ma pretende di educare, classificare, certificare la virtù pubblica delle persone.
E una burocrazia così non rafforza la democrazia. La indebolisce.
Perché la democrazia non ha paura del cittadino libero. Non pretende di mettergli un’etichetta addosso prima di riconoscergli un diritto o un permesso. Non gli chiede di dichiararsi “giusto” prima di essere trattato da cittadino.
La vicenda veronese, al di là delle correzioni annunciate o dei tentativi di ridimensionarla, resta un campanello d’allarme. Anche quando nasce da intenzioni presentate come nobili, una norma può diventare assurda se applicata fuori contesto. E qui il fuori contesto è evidente.
Una cosa è impedire che spazi pubblici vengano usati per iniziative violente, discriminatorie o apologetiche. Altra cosa è chiedere la stessa dichiarazione a chi vuole semplicemente regolarizzare un passo carrabile.
La differenza non è sottile. È enorme.
Perché nel primo caso si tutela uno spazio pubblico da un uso contrario ai principi democratici. Nel secondo si carica un cittadino comune di un obbligo simbolico che non ha alcuna relazione con la pratica richiesta.
È questa la deriva da denunciare: la politicizzazione di tutto. Anche del quotidiano. Anche del banale. Anche del rapporto più semplice tra cittadino e ufficio comunale.
Un’amministrazione seria dovrebbe fare una cosa sola: riconoscere l’errore e correggerlo senza giri di parole. Non servono sofismi, non servono giustificazioni tardive. Serve ammettere che un passo carrabile non può diventare una tessera di appartenenza morale.
Perché quando la politica entra anche nel cancello di casa, non sta difendendo la democrazia. La sta rendendo più fragile, più pesante, più sospettosa.
E una democrazia che chiede ai cittadini di dichiararsi conformi anche per aprire il cancello di casa non è più forte. È soltanto più insicura.

