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di  Monica Vendrame

Per anni ci hanno spiegato che il mercato avrebbe sistemato tutto.

Che bastava comprare dove costava meno, spostare le produzioni dove il lavoro pesava meno, affidarsi alle grandi catene globali e lasciare che fosse la concorrenza a fare il resto. Sembrava una ricetta perfetta: prezzi più bassi, bilanci alleggeriti, appalti vinti al ribasso, risparmio immediato.

Poi sono arrivati il Covid, le crisi logistiche, la guerra in Ucraina, le tensioni geopolitiche, la crisi energetica. E l’Europa ha scoperto una verità semplice, quasi brutale: se non produci più ciò che è essenziale, prima o poi dipendi da chi lo produce al posto tuo.

Il caso dei farmaci è forse il più evidente e il più grave. Perché qui non parliamo di un bene qualsiasi. Non parliamo di un prodotto che, se manca, si può aspettare qualche settimana. Parliamo di antibiotici, insulina, antidolorifici, medicinali ospedalieri, principi attivi farmaceutici. Parliamo di ciò che può fare la differenza tra una cura possibile e una cura negata.

Con il Critical Medicines Act, l’Unione Europea prova finalmente a correggere una rotta sbagliata. La proposta introduce strumenti per rafforzare la produzione europea, diversificare le forniture, sostenere progetti strategici e rivedere anche il criterio degli appalti pubblici, affinché non sia più soltanto il prezzo più basso a decidere chi rifornisce ospedali, farmacie e sistemi sanitari.

È un cambio di mentalità importante. Perché acquistare al prezzo più basso può sembrare conveniente, ma lo è solo fino a quando tutto funziona. Quando invece una filiera si blocca, quando un Paese produttore decide di trattenere le proprie scorte, quando un conflitto o una crisi commerciale interrompono le forniture, quel risparmio diventa fragilità. E la fragilità, nei settori strategici, si paga carissima.

Lo abbiamo visto anche nelle farmacie, quando alcuni medicinali comuni sono diventati difficili da trovare. Un antibiotico che manca, un farmaco pediatrico introvabile, una terapia rimandata perché la distribuzione si inceppa: a quel punto la geopolitica smette di essere una parola lontana e arriva direttamente sul banco della farmacia, nella corsia di un ospedale, nella casa di una famiglia.

L’Europa, negli ultimi decenni, ha ceduto pezzi importanti della propria sovranità industriale senza quasi accorgersene. Ha lasciato che molte produzioni si spostassero in Asia, attratte da costi più bassi, regole meno stringenti, energia meno cara, manodopera meno tutelata. Nel breve periodo sembrava una scelta razionale. Nel lungo periodo si è rivelata una dipendenza.

Cina e India, intanto, non sono rimaste ferme. Hanno costruito fabbriche, competenze, filiere, capacità produttiva. Hanno investito dove l’Europa dismetteva. E oggi non sono soltanto fornitori a basso costo: sono attori industriali e geopolitici. Controllare la produzione di un principio attivo, di un antibiotico o di un farmaco essenziale significa avere in mano una leva enorme. Significa poter incidere sulla sicurezza sanitaria di interi continenti.

Per questo il tema non riguarda solo le aziende farmaceutiche o gli addetti ai lavori. Riguarda ogni cittadino. Perché quando una persona ha bisogno di un farmaco salvavita, non le interessa sapere se la gara pubblica è stata vinta con il massimo ribasso. Le interessa trovare quel farmaco disponibile. Subito. Nel momento in cui serve.

Certo, produrre in Europa costa di più. Costa di più il lavoro, costa di più l’energia, costano di più gli standard ambientali, industriali e sanitari. Ma la domanda vera è un’altra: quanto costa non produrre? Quanto costa dipendere da fornitori lontani? Quanto costa scoprire, durante una crisi, che non abbiamo più fabbriche, competenze, macchinari, personale specializzato, autonomia decisionale?

Il problema è che l’Europa arriva quasi sempre dopo. Dopo le emergenze, dopo le crisi, dopo aver lasciato andare via interi pezzi di industria. Prima predica il mercato globale, poi scopre la sovranità. Prima premia il massimo ribasso, poi si accorge che il prezzo più basso può diventare il costo più alto. È questa lentezza, più ancora della dipendenza, il vero limite europeo.

La sovranità non si proclama nei comunicati stampa. Si costruisce con gli impianti, con gli investimenti, con la ricerca, con una burocrazia sostenibile, con energia accessibile, con una visione di lungo periodo. Non basta dire che bisogna reindustrializzare l’Europa se poi ogni progetto viene rallentato da autorizzazioni infinite, vincoli contraddittori e costi impossibili da sostenere.

Il Critical Medicines Act può essere un primo passo. Ma non deve diventare l’ennesima legge europea bella sulla carta e fragile nella realtà. La vera sfida sarà capire se gli Stati membri saranno disposti a pagare qualcosa in più oggi per non pagare molto di più domani. Se accetteranno di privilegiare la sicurezza della fornitura rispetto al risparmio immediato. Se sapranno coordinare scorte, acquisti, produzione e investimenti senza trasformare tutto in un labirinto burocratico.

Perché il punto politico è tutto qui: l’Europa vuole davvero tornare a essere una potenza industriale o vuole continuare a comportarsi da grande mercato che compra, importa, distribuisce e regola ciò che altri producono?

Un continente che non produce più diventa un continente vulnerabile. Perde posti di lavoro, ma non solo. Perde competenze, innovazione, capacità tecnologica, peso internazionale. Perde, soprattutto, libertà di scelta.

E allora sì, meglio tardi che mai. Ma tardi non basta. Se l’Europa ha capito la lezione, deve agire adesso. Non tra dieci anni, non dopo la prossima emergenza, non quando anche l’ultima fabbrica sarà stata chiusa o trasferita altrove.

Perché la lezione è chiara: chi non produce dipende. Chi dipende è vulnerabile. E chi è vulnerabile, nelle crisi, non decide più davvero.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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