di Fiore Sansalone
Una Nazionale forte non nasce per miracolo.
Si costruisce anno dopo anno, con un sistema che sappia crescere e valorizzare i ragazzi del posto. Ma se il nostro campionato non dà quasi più spazio ai talenti locali, come possiamo pensare di essere competitivi?
La crisi dell'Italia non è stato un fulmine a ciel sereno. È il risultato di anni e anni di scelte sbagliate. Tre mondiali mancati di fila non sono una sfortuna: sono il segnale che il nostro sistema è malato. Se i giovani italiani giocano con il contagocce, se vengono messi in panchina da un acquisto straniero magari più "pronto" o più economico, viene spontaneo chiedersi: chi giocherà nella nostra Nazionale tra dieci anni?
Il calcio è diventato un supermercato, senza un progetto
Negli ultimi anni, il calcio italiano ha iniziato a funzionare come un mercato qualsiasi: si compra, si vende, si cerca di far quadrare i conti, si corre dietro al risultato immediato. Sembra più un supermercato che un sistema sportivo con una visione.
Non è colpa del singolo giocatore straniero, sia chiaro. Sarebbe troppo facile. Il problema è la quantità, la sproporzione. È quel modello che preferisce comprare all'estero piuttosto che investire in casa.
Quando smetti di investire nel tuo vivaio, smetti anche di costruire un'identità. E senza identità, alla lunga, salta anche la competitività.
Il calcio non è solo business. È appartenenza.
Il calcio non è solo una questione di soldi. È anche rappresentazione, cultura, passione. È, in un certo senso, un pezzo della nostra identità.
Un campionato dovrebbe raccontare il paese che lo guarda. Quando questo legame si indebolisce, si rompe qualcosa anche nel rapporto tra i tifosi, le loro squadre del cuore e la Nazionale.
Non dico di chiuderci a riccio, attenzione. Il calcio globale è una ricchezza. Ma aprirsi non può voler dire dimenticare chi siamo.
La domanda che nessuno vuole farsi
Quella provocazione iniziale ha fatto centro perché è caduta in un terreno già arido. E allora, invece di chiederci se fosse troppo forte, chiediamoci piuttosto: perché sembra così vera a così tante persone?
Un paese ha il diritto di proteggere i suoi giovani talenti?
Ha il diritto di chiedere che il proprio campionato non soffochi i ragazzi di casa?
Ha il diritto di guardare al calcio anche come un bene culturale, e non solo come un conto economico?
Sono domande legittime. E finché continueremo a ignorarle, il problema non farà che peggiorare.
Basta scuse. Servono scelte.

Oggi non possiamo più nasconderci dietro un dito. Il problema c'è, eccome. La domanda adesso è: cosa vogliamo fare?
Perché andare avanti così significa accettare un declino che è già sotto gli occhi di tutti. E sperare che le cose cambino da sole non è una strategia: è un bell'alibi comodo.
Il calcio italiano deve decidere se vuole ricominciare a costruire qualcosa di solido, oppure se vuole solo sopravvivere, mentre piano piano perde quello che lo ha reso grande.
E questa, più che una polemica, è una responsabilità. Nostra.

