di Monica Vendrame
Un ritorno da Genova che si è trasformato in un vero e proprio incubo per la Salernitana. Dopo la sconfitta per 2-0 contro la Sampdoria nel match d’andata dei playout di Serie B, la squadra campana è stata travolta da una sospetta intossicazione alimentare che ha coinvolto ben 21 tesserati, tra calciatori e membri dello staff.
I primi malori sono iniziati già durante il volo di rientro da Genova a Salerno, dove il gruppo aveva consumato un pasto al sacco a base di riso, preparato da una struttura alberghiera genovese. All’arrivo all’aeroporto Salerno-Costa d’Amalfi la situazione è precipitata: 118 in azione, ambulanze in fila e ricoveri negli ospedali di Salerno e Battipaglia. La scena, degna di un’emergenza sanitaria, ha portato la società granata a sospendere immediatamente la ripresa degli allenamenti e a rivolgersi alla Lega B per chiedere ufficialmente il rinvio della gara di ritorno, inizialmente prevista per venerdì 20 giugno allo stadio Arechi.
Nella nota ufficiale diffusa dal club, l’amministratore delegato Maurizio Milan ha parlato di una “grave intossicazione alimentare”, sottolineando come l’episodio rischi di compromettere il regolare svolgimento di un incontro fondamentale per il destino della squadra. «Molti calciatori e membri dello staff – ha dichiarato Milan – non sono in grado neppure di presentarsi al centro sportivo per riprendere la preparazione».
A oggi, alcuni dei tesserati coinvolti sono stati dimessi, ma la preoccupazione resta alta. È stata sporta denuncia alle autorità per chiarire la natura del cibo servito, e non si esclude che il pasto possa essere stato contaminato. Intanto, si fa strada l’ipotesi di posticipare la partita a domenica 22 giugno, in attesa che la situazione sanitaria della squadra rientri sotto controllo.
La Salernitana, già chiamata a una difficile rimonta sul campo, si ritrova ora a fare i conti con una battaglia imprevista e ben più delicata: quella per la salute dei suoi uomini. In un momento cruciale della stagione, il calcio lascia il posto alla fragilità, all’imprevedibilità della vita quotidiana, che può trasformare un semplice pasto in un’emergenza collettiva.
Ora più che mai, servono solidarietà, lucidità e rispetto da parte delle istituzioni sportive: perché prima di essere atleti, questi ragazzi sono persone. E nessuno dovrebbe mai essere costretto a giocarsi una stagione in barella.

