di Giovanni Macrì
Non è soltanto un’epidemia!
Nell’est della “Repubblica Democratica del Congo” l’Ebola, infatti, sta avanzando dentro uno scenario già devastato da guerra, sfollamenti, fame estrema e collasso dei servizi sanitari. Una combinazione esplosiva che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha definito una “catastrofica collisione tra malattia e conflitto”.
Secondo l’allarme lanciato dal direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il virus si sta diffondendo in aree dove la violenza armata rende quasi impossibili le normali operazioni di contenimento epidemiologico. Le squadre sanitarie faticano a raggiungere i villaggi, i civili sono costretti a continui spostamenti e molte strutture mediche sono state distrutte o abbandonate.
“Non possiamo costruire la fiducia della comunità né isolare i malati mentre cadono le bombe”, ha dichiarato Tedros.
Il ceppo Bundibugyo: l’Ebola senza difese
L’epidemia che sta colpendo l’Africa centrale è causata dal ceppo “Bundibugyo” del virus Ebola, una delle varianti più rare e meno conosciute dell’intera famiglia degli ebolavirus.
Fu identificato per la prima volta nel 2007 nel distretto di Bundibugyo, in Uganda, durante un’epidemia che provocò centinaia di infezioni e decine di morti, sorprendendo la comunità scientifica internazionale.
Il virus appartiene alla famiglia dei “Filoviridae”, gli stessi agenti patogeni responsabili delle febbri emorragiche più aggressive al mondo.
Esistono diverse specie di Ebola virus:
- Zaire ebolavirus
- Sudan ebolavirus
- Bundibugyo ebolavirus
- Taï Forest ebolavirus
- Reston ebolavirus
- Bombali ebolavirus
Tra queste, il ceppo “Zaire” è storicamente il più letale ed è stato responsabile della devastante epidemia dell’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, che causò oltre 11 mila vittime. Proprio a seguito di quella tragedia furono accelerati gli studi scientifici che portarono allo sviluppo dei primi vaccini efficaci e di alcune terapie monoclonali sperimentali.
Il problema attuale è che tali strumenti sono stati progettati soprattutto contro il ceppo “Zaire” e mostrano un’efficacia limitata o non dimostrata nei confronti del “Bundibugyo”.
Perché il “Bundibugyo” preoccupa gli scienziati
Il “Bundibugyo” rappresenta una minaccia sanitaria particolarmente complessa per diversi motivi
1. Nessun vaccino approvato
Ad oggi non esiste un vaccino ufficialmente autorizzato contro questo ceppo. Infatti, il vaccino rVSV-ZEBOV, utilizzato con successo nelle recenti epidemie congolesi, è stato sviluppato specificamente contro il ceppo Zaire e non garantisce una protezione adeguata contro il “Bundibugyo”. Sono in corso studi sperimentali per realizzare vaccini “multivalenti”, capaci cioè di proteggere contemporaneamente contro più specie di Ebola, ma i risultati non sono ancora sufficienti per una distribuzione su larga scala
2. Nessuna terapia specifica
Anche i farmaci monoclonali impiegati contro il ceppo Zaire, come gli anticorpi terapeutici sviluppati negli ultimi anni, non hanno mostrato prove definitive di efficacia contro il “Bundibugyo”.
Questo significa che i medici possono offrire soltanto cure di supporto, quali:
- reidratazione intensiva;
- controllo della febbre;
- stabilizzazione della pressione;
- trasfusioni;
- trattamento delle infezioni secondarie.
In pratica, il sistema immunitario del paziente resta l’unica vera arma contro il virus.
- Diagnosi più difficile
Nelle prime fasi il “Bundibugyo” può manifestarsi con sintomi molto simili ad altre malattie tropicali diffuse nella regione, quali:
- malaria;
- febbre tifoide;
- colera;
- meningiti;
- dengue.
I sintomi iniziali comprendono:
- febbre alta
- debolezza estrema
- dolori muscolari
- vomito
- diarrea
- cefalea
Solo nelle fasi più avanzate possono comparire le emorragie interne ed esterne tipiche dell’Ebola.
Questa somiglianza con altre malattie rende difficile identificare rapidamente i pazienti e favorisce la trasmissione del contagio.
Come si trasmette il virus
Il virus Ebola non si diffonde per via aerea come l’influenza o il “Covid-19”, ma attraverso il contatto diretto con fluidi biologici infetti: sangue, saliva, sudore ,vomito, urine, feci o secrezioni corporee.
Anche il contatto con indumenti contaminati o con i corpi delle vittime può trasmettere l’infezione.
Per questo motivo i rituali funerari tradizionali, che prevedono il lavaggio e il contatto diretto con il defunto, rappresentano uno dei momenti più critici nella diffusione dell’epidemia.
I serbatoi naturali del virus
Gli scienziati ritengono che il principale serbatoio naturale dell’Ebola siano alcune specie di pipistrelli della frutta presenti nelle foreste tropicali africane.
Il passaggio all’uomo può avvenire attraverso il contatto con animali infetti, quali: pipistrelli, primati, antilopi della foresta, o carne selvatica contaminata.
Dopo il cosiddetto “salto di specie”, il virus può, poi, propagarsi rapidamente da persona a persona.
Mortalità e sopravvivenza
Il tasso di mortalità del “Bundibugyo” sembra inferiore rispetto al ceppo Zaire, ma resta comunque estremamente elevato. Le epidemie precedenti hanno mostrato una letalità variabile tra il 25% e il 50%, a seconda delle condizioni sanitarie e della rapidità degli interventi.
Nelle aree di guerra dell’est del Congo, però, il rischio aumenta enormemente a causa di:
- ospedali distrutti;
- scarsità di personale medico;
- mancanza di farmaci;
- malnutrizione diffusa;
- difficoltà nei trasporti;
- sfiducia verso le autorità sanitarie.
La sfida scientifica del futuro
L’attuale epidemia sta dimostrando quanto il mondo sia ancora impreparato davanti alle varianti meno studiate dell’Ebola. Negli ultimi anni, purtroppo, la ricerca si è concentrata soprattutto sul ceppo Zaire, considerato il più pericoloso. Tuttavia l’emergere del “Bundibugyo” evidenzia la necessità di sviluppare:
- vaccini universali contro tutti i ceppi di Ebola;
- sistemi diagnostici più rapidi;
- farmaci antivirali ad ampio spettro;
- reti sanitarie più solide nei Paesi africani.
Molti epidemiologi sottolineano, inoltre, che le future epidemie potrebbero diventare più frequenti a causa della deforestazione, dell’espansione urbana e dei cambiamenti climatici, fattori che aumentano il contatto tra esseri umani e fauna selvatica.
Per questo motivo il Bundibugyo non rappresenta soltanto un’emergenza africana, ma anche un severo avvertimento globale sulla vulnerabilità sanitaria del mondo contemporaneo.
Questo significa che il contenimento dell’epidemia dipende quasi esclusivamente dalle tradizionali misure di sanità pubblica:
- identificazione rapida dei casi;
- tracciamento dei contatti;
- isolamento dei malati;
- protezione degli operatori sanitari;
- pratiche funerarie sicure;
- informazione delle comunità locali.
Misure già difficili in condizioni normali, ma quasi irrealizzabili in una regione attraversata da conflitti permanenti.
I numeri dell’emergenza
Secondo le agenzie sanitarie internazionali e i partner umanitari, nella sola RDC sono stati segnalati quasi mille casi sospetti di Ebola e oltre 220 decessi sospetti.
Le conferme di laboratorio restano limitate, soprattutto a causa delle difficoltà logistiche e dell’impossibilità di raggiungere molte aree rurali controllate dai gruppi armati. Finora almeno un decesso è stato ufficialmente confermato. Anche l’Uganda ha registrato casi collegati all’epidemia: sette infezioni confermate, tra cui due operatori sanitari, e almeno una vittima accertata.
Per l’OMS esistono ormai prove concrete di trasmissione transfrontaliera del virus.
Il focolaio si espande: Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu
L’epicentro dell’epidemia è la provincia di Ituri, ma il contagio si è progressivamente esteso ad almeno undici zone sanitarie. Nuovi casi sono stati, infatti, segnalati anche nel Nord Kivu, comprese le città di Butembo e Goma, e nel Sud Kivu.
Secondo l’UNICEF, la trasmissione avviene soprattutto:
- all’interno dei nuclei familiari;
- durante l’assistenza ai malati nelle abitazioni;
- nelle strutture sanitarie prive di adeguate protezioni;
- attraverso rituali funerari tradizionali.
Come già accaduto in precedenti epidemie africane, il contatto diretto con i corpi delle vittime durante le sepolture rappresenta uno dei principali fattori di diffusione.
Guerra e virus: il contagio nell’inferno del Congo orientale
L’est del Congo è da anni una delle regioni più instabili del pianeta.
Nella zona operano decine di gruppi armati, tra cui:
- le Forze Democratiche Alleate;
- le milizie CODECO;
- il gruppo ribelle M23.
Secondo la missione ONU MONUSCO, gli attacchi contro villaggi, campi profughi e strutture sanitarie continuano a provocare massacri, sfollamenti e distruzione delle infrastrutture civili.
In molte aree le équipe mediche possono entrare soltanto sotto scorta armata o, più spesso, non riescono affatto ad accedere alle comunità colpite.
Le conseguenze sono devastanti:
- tracciamento dei contatti quasi impossibile;
- fuga dei malati;
- interruzione delle campagne di prevenzione;
- ospedali senza personale né medicinali;
- sospensione dei programmi vaccinali ordinari.
Le pessime condizioni delle strade e la mancanza di sicurezza rallentano inoltre il trasporto di medicinali, laboratori mobili e aiuti umanitari.
Fame e malattie: un circolo mortale
L’epidemia si inserisce in una crisi umanitaria già drammatica.
Secondo l’IPC, infatti, il sistema globale di monitoraggio della sicurezza alimentare sostenuto dalle Nazioni Unite, quasi 10 milioni di persone nelle province di Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu e Tanganyika soffrono di fame acuta.
A livello nazionale, invece, oltre 26 milioni di congolesi vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare.
Malnutrizione e infezioni formano un binomio letale: persone indebolite dalla fame sviluppano difese immunitarie molto più fragili e risultano quindi maggiormente vulnerabili all’Ebola e ad altre malattie infettive.
Bambini: le vittime invisibili dell’epidemia
Tra le categorie più colpite vi sono i bambini. L’Unicef, infatti, denuncia che migliaia di minori rischiano non solo il contagio diretto, ma anche conseguenze indirette devastanti:
perdita dei genitori;
- abbandono scolastico;
- interruzione dei servizi nutrizionali;
- trauma psicologico;
- isolamento sociale.
E durante le epidemie di Ebola lo stigma verso i sopravvissuti e le famiglie contagiate porta spesso all’emarginazione dei bambini, considerati “portatori” della malattia anche quando non lo sono.
Molti restano soli dopo la morte dei genitori o vengono rifiutati dalle stesse comunità di appartenenza.
La sfida della fiducia
Per contenere l’epidemia, l’Oms e le agenzie delle Nazioni Unite stanno cercando di rafforzare il dialogo con le comunità locali.
A Bunia operatori sanitari e mediatori culturali lavorano con capi religiosi, leader tradizionali e volontari per contrastare la disinformazione e costruire fiducia.
Le campagne informative vengono tradotte nelle lingue locali e diffuse attraverso radio comunitarie, incontri pubblici e operatori porta a porta. “La fiducia della comunità è il fondamento di una risposta efficace alla sanità pubblica! Senza il sostegno della popolazione, nessuna misura di contenimento può funzionare!” - ha spiegato Julienne Ngoundoung Anoko.
L’appello dell’OMS: fermare la guerra per fermare Ebola
L’OMS ha lanciato un appello urgente per un cessate il fuoco immediato nell’est del Congo.
Secondo Tedros, senza accesso umanitario sicuro sarà impossibile interrompere la trasmissione del virus.
La storia delle precedenti epidemie africane insegna che Ebola può essere contenuto soltanto quando le comunità collaborano con le autorità sanitarie e quando gli operatori possono muoversi liberamente sul territorio.
Nel Congo orientale, invece, il virus corre lungo le stesse strade percorse dalla guerra, dalla fame e dalla disperazione.
Ed è proprio questa combinazione, malattia, conflitto e povertà estrema, a trasformare l’epidemia in una delle emergenze umanitarie più gravi dell’Africa contemporanea.
Casi in Italia oggi
Al momento in Italia non risultano casi confermati di Ebola, così come conferma il Ministero della Salute, ma nelle ultime ore sono stati segnalati due casi sospetti in Lombardia, che hanno fatto scattare i protocolli sanitari di emergenza. I due pazienti, un uomo di 31 anni e una donna di 33 anni residenti nel Comasco, sono rientrati dall’Uganda dopo circa tre mesi di attività umanitaria in un’area vicina ai confini con la Repubblica Democratica del Congo, dove è in corso il focolaio di Ebola da ceppo “Bundibugyo”. Presentavano sintomi compatibili con una febbre emorragica virale: febbre alta, nausea, vomito, diarrea e disturbi intestinali. Entrambi sono stati trasferiti all’Ospedale “Luigi Sacco”, struttura specializzata nella gestione delle malattie infettive ad alto rischio, dove sono in corso gli esami diagnostici previsti dai protocolli nazionali e internazionali. Le autorità regionali lombarde hanno precisato che non esiste ancora alcuna conferma che si tratti di Ebola e che tra le ipotesi alternative vi sono anche forme gravi di malaria o altre infezioni tropicali.
E, sempre, il Ministero della Salute ricorda che l’allerta resta molto bassa, facendo presente che è... “attivo sin dal primo momento per tutte le attività di preparazione e sorveglianza e sta proseguendo il monitoraggio dell'evoluzione del quadro epidemiologico in raccordo con i territori e con le autorità sanitarie nazionali e locali.”
Uganda chiude i confini con il Congo
L'Uganda, che dall'inizio dell'emergenza ha registrato sette casi del ceppo “Bundibugyo”, ha deciso, da ieri, di chiudere i confini di terra con la Repubblica Democratica del Congo nel tentativo di contenere l’epidemia che ha colpito il Paese confinante.
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