di Monica Vendrame
A Bologna sta per nascere un progetto che mescola dolore e speranza: un villaggio per persone senza fissa dimora. Si chiamerà come Giovanni Tamburi.
Giovanni aveva sedici anni. È morto la notte di Capodanno nell'incendio della discoteca "Le Constellation" a Crans-Montana, in Svizzera. Una tragedia che ha colpito decine di famiglie. E che a Bologna, la sua città, ha lasciato un segno.
Il progetto è voluto da suo padre, Giuseppe Tamburi. Ha deciso di trasformare quella perdita in qualcosa che potesse servire agli altri. D'accordo con il Comune di Bologna, realizzeranno un'area in via Terracini per accogliere chi vive in strada.
L'idea è fare uno spazio dignitoso: moduli abitativi, servizi essenziali, una mensa. Un posto dove chi non ha una casa possa trovare riparo, calore, un po' di stabilità.
Uno degli aspetti più belli del progetto è una scelta precisa: gli ospiti potranno portare con sé i propri animali.
Per chi vive per strada, il cane è spesso l'unico punto fermo. Non poterlo lasciare è uno dei motivi per cui molti rifiutano l'accoglienza. Qui, invece, hanno deciso di non separare le persone da quello che per loro significa affetto, compagnia, protezione.
Dopo la morte di Giovanni, è venuto fuori un lato di lui che in pochi conoscevano. Aiutava i senzatetto. Portava cibo. Si fermava a parlare. Lo faceva senza dirlo in giro, senza cercare applausi.
Oggi, quel modo silenzioso di esserci continua in un'altra forma.
Questo villaggio è anche il segno che una comunità non è rimasta ferma davanti al dolore. Il Comune si è messo in gioco, c'è un sostegno istituzionale. La volontà è chiara: fare in modo che un'iniziativa privata diventi qualcosa di utile per tutta la città.
Non cambierà tutto.
Ma per qualcuno, può cambiare molto.

