Antiterrorismo a chi critica Israele: in Italia ora pensare è un reato, e se difendi Gaza...
di Massimo Reina
Premessa necessaria: non sono un fan di Chef Rubio.
Né delle sue battaglie urlate sui social, né dei suoi modi da cuoco incazzato con la verità in tasca. Ma, da cittadino — e da cronista che ancora crede che la libertà di parola non sia una concessione del potere ma un diritto costituzionale — non posso tacere di fronte all’ennesima farsa giudiziaria in salsa repressiva.
Giustizia made in Tel Aviv?
Gabriele Rubini, in arte Chef Rubio, è stato perquisito dal nucleo antiterrorismo della Polizia di Roma. Gli contestano — tenetevi forte — l’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale. Gli hanno sequestrato cellulari, hard disk, USB, manco stessero smantellando la rete di Al-Qaeda a Centocelle. E per cosa? Per dei tweet.
Ora, senza entrare nel merito di cosa abbia scritto (chi vuole, si legga i post incriminati), la domanda è: è questo il modo in cui la giustizia italiana impiega le sue risorse? Perché la stessa Procura di Roma, che da mesi non riesce a trovare chi ha pestato brutalmente lo stesso Chef Rubio — episodio reale, con tanto di referti medici e denuncia — si è invece mossa con una rapidità straordinaria per punire un reato d’opinione.
Sì, avete letto bene: reato d’opinione. Perché la sostanza è questa. Può piacere o no, può essere sgradevole o sopra le righe, ma parliamo di idee, frasi, parole scritte su X (ex Twitter), non di bombe, mitragliatori o traffico di armi.
Eppure, siamo al punto che in Italia oggi si rischia una perquisizione come “istigatori alla violenza” se si osa criticare Israele, il sionismo o le politiche di Tel Aviv.
IHRA: l'acronimo che ingabbia il pensiero
Il problema ha radici più profonde e più inquietanti: l’adozione in Italia e in Europa della definizione IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) di antisemitismo, che nella sua versione più estensiva assimila la critica al sionismo e a Israele all’odio razziale contro gli ebrei.
Una mossa apparentemente virtuosa — “difendiamo gli ebrei!” — che in realtà rischia di diventare una clava giuridica in mano a chiunque voglia zittire il dissenso.
Se dici che Israele bombarda i civili a Gaza, sei antisemita.
Se denunci i crimini dell’esercito israeliano, sei antisemita.
Se mostri empatia per il popolo palestinese, magari sei pure un fiancheggiatore del terrorismo.
E se sei un personaggio pubblico che osa twittarlo… beh, scattano le manette mediatiche, se non proprio quelle vere.
La sensazione — e chiunque abbia ancora un po’ di spirito critico lo percepisce — è che la giustizia italiana, in certi casi, agisca “in nome e per conto di soggetti esteri”, come dice con lucidità il post virale che accompagna la notizia.
Ovviamente nessun giudice ammetterà mai pressioni, ma il risultato è questo: chi critica lo Stato d’Israele rischia sanzioni, processi, gogna mediatica e magari anche il DASPO digitale.
E attenzione: oggi è Rubio, domani potresti essere tu. Perché l’effetto è lo stesso che ha la censura in ogni regime autoritario: non devi per forza incarcerare tutti. Ne basta uno, ben visibile, per far capire agli altri che è meglio stare zitti.
Il paradosso europeo
In un’Europa che piange la democrazia come se fosse un nonno morto e poi la rinchiude in un cassetto ogni volta che Israele si offende, non stupisce che basti un post polemico per attivare l’antiterrorismo, mentre i veri neonazisti sfilano impuniti a Kiev e i sostenitori del genocidio palestinese cenano a Bruxelles con Ursula von der Leyen.
E allora diciamolo chiaramente: nessuno difende l’antisemitismo, né i discorsi d’odio, né il razzismo. Ma se la critica a uno Stato viene equiparata al razzismo, allora siamo oltre Orwell.
Stiamo entrando in un’epoca in cui la verità è decisa da ambasciate straniere, e la libertà d’espressione ha confini imposti da chi grida “antisemita” ogni volta che sente la parola “Palestina”.
Chef Rubio potrà non piacere e per qualcuno sarà anche un provocatore. Ma in una democrazia, anche i provocatori devono avere diritto di parola. E se la giustizia italiana continuerà a punire chi critica Israele mentre protegge chi giustifica gli F-16 che distruggono ospedali, allora dovremo smettere di chiamarla giustizia. Chi sarà il prossimo? Uno storico? Un giornalista? Uno studente con una kefiah? Forse è già tardi per chiederlo. Forse è appena cominciato.

