Due giorni di angoscia e attesa, poi il ritrovamento. Ma oltre alla cronaca, questa storia ci chiede di riflettere su chi cerchiamo, come lo cerchiamo, e su cosa impariamo davvero
di Monica Vendrame
Ora che Allen è tornato, e la cronaca ha smesso di aggiornare il conto delle ore, resta il tempo del commento. È quello che proviamo a fare qui, senza urgenza e senza retorica: perché non basta dire "è salvo" per chiudere una storia. Bisogna anche capire che cosa ci ha mostrato.
È salvo Allen, cinque anni, affetto da autismo, scomparso per due giorni nei boschi sopra Ventimiglia. È salvo grazie a una macchina dei soccorsi umana, prima che tecnica: tre volontari, un cane, un’intuizione. Ma è il modo in cui l’Italia ha trattenuto il respiro per 48 ore a dirci qualcosa di più.
Allen non parlava, non rispondeva, si nascondeva per paura dei rumori. C’era un mondo dentro quel silenzio, e ci siamo accorti – troppo tardi – che non tutti i bambini “perduti” si cercano allo stesso modo. Serve ascolto, non solo droni e mappe. Serve empatia informata. Perché Allen, come tanti altri bimbi neurodivergenti, non si perde: si difende.
A trovarlo non è stato uno specialista, ma chi non ha mollato. Come spesso accade in Italia, il cuore dei soccorsi pulsa nei volontari: Matteo, Edoardo e Dario hanno dato volto a un paese che, per una volta, ha saputo attendere in silenzio, senza colpevoli a tutti i costi.
Quando un bambino sparisce, non si perdono solo le tracce: si incrina qualcosa anche in chi guarda da lontano. È come se calasse il buio, nelle famiglie, nelle istituzioni, nei giornali. E ogni volta, quando la paura passa, ci si chiede se avremmo potuto fare di più, o solo capirlo meglio.

