di Monica Vendrame
Martina Carbonaro, 14 anni, è stata uccisa ad Afragola (Napoli) dal suo ex fidanzato, Alessio Tucci, appena maggiorenne. L'ha colpita con una pietra e poi nascosta dentro un armadio in un edificio abbandonato. Il motivo? L’aveva lasciato. E lui non l’ha accettato.
Un’età in cui dovrebbero pesare solo i sogni, non le paure. È stata uccisa a colpi di pietra, come in un rituale primitivo, da Alessio Tucci, un ragazzo di 19anni che non ha saputo accettare la cosa più semplice e più sacrosanta del mondo: la libertà di dire no.
Un “no” che non è stato solo rifiuto. È stato affermazione di sé, desiderio di proteggersi, forse anche una richiesta di rispetto. Ma per chi non ha mai imparato il valore dell’altro, quel “no” è diventato una condanna da vendicare.
E allora ci chiediamo: dove siamo arrivati? Che razza di gioventù stiamo crescendo? Ragazzi che davanti a un abbandono non piangono, non soffrono, non si rialzano… ma uccidono. Senza coscienza. Senza freni. Senza uno straccio di umanità.
Qui non si tratta più solo di educazione affettiva o parità di genere. Qui si tratta di una deriva morale. Di un vuoto interiore che sta divorando troppi adolescenti. Di un’incapacità assoluta di tollerare la frustrazione. Di una rabbia cieca che esplode sempre più spesso in violenza, come se non esistessero più confini, regole, o sacralità della vita altrui.
Martina è morta per un “no”. Ma dietro quel no c’è il fallimento di un’intera generazione cresciuta tra telefoni e solitudini, tra modelli distorti e silenzi assordanti. È ora di fermarsi. Di guardare negli occhi questa gioventù e chiederci: dove l’abbiamo persa?
E soprattutto: come possiamo ancora salvarla?

