di Fiore Sansalone
Keir Starmer lascia Downing Street e non lascia un vuoto politico.
Lascia piuttosto il ritratto di un leader arrivato per incarnare la stabilità e finito per confermare l’instabilità cronica di una Gran Bretagna che cambia premier senza ritrovare una direzione.
Il suo fallimento non è stato soltanto interno. È stato anche internazionale. Starmer ha recitato il ruolo del buon soldato dell’Occidente: ordinato, affidabile, allineato. Sempre pronto a rassicurare Washington, Bruxelles, la NATO. Sull’Ucraina ha seguito la linea dura senza trasformarla in una visione autonoma. Sull’Europa ha cercato il riavvicinamento senza dire davvero fin dove volesse spingersi. Su Gaza ha pagato l’ambiguità di chi condanna a parole, ma resta dentro il perimetro dei rapporti di forza.
Un volenteroso, appunto. Di quelli che non guidano la storia: si mettono in fila.
Il punto più grave, però, resta la politica interna. Mentre all’estero parlava di democrazia, in casa stringeva gli spazi del dissenso. Le proteste pro-palestinesi, le restrizioni sull’ordine pubblico, la tentazione di trattare la contestazione come un problema di sicurezza: tutto questo pesa più di molte dichiarazioni ufficiali.
Starmer era arrivato per archiviare il caos conservatore. Finisce archiviato lui, travolto dalla propria irrilevanza. Troppo grigio per entusiasmare. Troppo obbediente per apparire sovrano. Troppo repressivo per definirsi davvero progressista.
La sua caduta dice una cosa semplice: non basta essere presentabili per essere leader. Non basta piacere ai mercati, agli alleati e ai salotti internazionali.
Serve una linea. Serve una voce. Serve coraggio.
Starmer ha scelto l’allineamento al posto della visione, l’ordine al posto della giustizia, la prudenza al posto della politica.
E alla fine è rimasto senza popolo, senza partito e senza destino.

