di Massimo Reina
Per anni la narrazione dominante ha cercato di convincerci che la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania fosse poco più di un fastidioso fenomeno marginale: qualche estremista particolarmente aggressivo, qualche fanatico religioso fuori controllo, qualche gruppo di esaltati che agiva ai margini della legalità e contro la volontà dello Stato.
Una spiegazione comoda, perché consentiva di assolvere il sistema attribuendo ogni responsabilità a singoli individui. Il problema è che, come spesso accade, le favole durano finché non arrivano i fatti. E i fatti raccolti da Amnesty International nel rapporto pubblicato in questi giorni raccontano una storia molto diversa, una storia fatta di villaggi svuotati, comunità costrette ad abbandonare le proprie terre, coloni armati e, soprattutto, di un'impressionante convergenza tra l'azione delle milizie dei coloni e le politiche portate avanti dalle autorità israeliane nei Territori occupati.
Le immagini verificate dall'organizzazione mostrano abitazioni incendiate, scuole vandalizzate, veicoli distrutti, pannelli solari demoliti, cisterne e fonti d'acqua rese inutilizzabili, attrezzature agricole devastate e scorte alimentari distrutte. Le testimonianze raccolte sul campo descrivono pestaggi con bastoni e calci di fucile, lanci di pietre, accoltellamenti, minacce armate e aggressioni sistematiche. Non si tratta di episodi isolati sparsi qua e là in una terra difficile e contesa. Amnesty sostiene che questi atti abbiano contribuito a creare un ambiente coercitivo destinato a rendere impossibile la permanenza delle comunità palestinesi nelle aree interessate. In altre parole, non si colpiscono soltanto le persone: si colpisce la loro capacità di continuare a vivere dove hanno sempre vissuto.
Ed è qui che la questione assume una dimensione politica che va ben oltre la cronaca nera o l'ordine pubblico. Perché Israele non è un osservatore esterno. In quanto potenza occupante, secondo il diritto internazionale, avrebbe il dovere di proteggere la popolazione civile sotto occupazione, di prevenire le violenze, di perseguirne gli autori e di garantire condizioni di sicurezza. Amnesty sostiene invece che le autorità israeliane abbiano facilitato l'azione dei coloni attraverso una combinazione di armamento, protezione e sostanziale impunità. È un'accusa gravissima. Talmente grave che dovrebbe occupare per settimane il dibattito politico internazionale. Invece scivola via quasi inosservata, sommersa dal solito rumore di fondo delle diplomazie che si dichiarano "preoccupate" mentre continuano a non fare nulla.
Particolarmente significativo è ciò che sarebbe accaduto dopo il 7 ottobre 2023. Mentre il mondo seguiva gli sviluppi dell'attacco di Hamas e della successiva guerra a Gaza, il governo israeliano ha allentato le restrizioni sul possesso privato di armi da fuoco. Secondo i dati riportati da Amnesty, migliaia di coloni sono stati armati e dotati di uniformi, al punto da rendere spesso difficile per i palestinesi distinguere un colono da un soldato. È un dettaglio che nelle nostre comode democrazie occidentali può sembrare secondario. Non lo è affatto per chi si trova davanti uomini armati che arrivano in gruppo, indossano uniformi e operano in territori dove l'esercito è onnipresente. Quando la distinzione tra forza statale e forza privata si fa così sfumata, il problema non riguarda più soltanto la sicurezza: riguarda la natura stessa del potere che viene esercitato sul territorio.
I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Prima del 7 ottobre venivano rilasciate circa ottomila licenze annue per armi da fuoco. A gennaio 2026 i titolari di licenza erano oltre 240 mila. Un incremento impressionante che, secondo Amnesty, si accompagna a un forte aumento degli attacchi armati dei coloni contro le comunità palestinesi. Nel frattempo villaggi come Zanuta ed Ein Shamia sono stati completamente spopolati e nella parte settentrionale della Valle del Giordano almeno 38 comunità palestinesi, per un totale di circa settemila persone, vivono sotto la minaccia permanente dello sfollamento.
Naturalmente ci viene spiegato che tutto questo non ha nulla a che vedere con un progetto politico. È soltanto una coincidenza se quasi il 90 per cento di quella zona risulta classificato come terra statale, area militare, riserva naturale o sito archeologico. È soltanto una coincidenza se tali classificazioni limitano drasticamente l'accesso palestinese ai pascoli e alle fonti d'acqua. Ed è certamente una coincidenza se, una volta reso impossibile vivere e lavorare in quei territori, le comunità finiscono per andarsene. Una straordinaria sequenza di coincidenze che si ripete con tale regolarità da sembrare quasi una politica pubblica.
Poi c'è il capitolo dell'impunità, che forse è il più inquietante di tutti. Amnesty documenta casi in cui palestinesi vittime di aggressioni, dopo aver denunciato i fatti alle autorità israeliane, si sono ritrovati essi stessi interrogati, sanzionati o arrestati. Nel frattempo numerosi responsabili delle violenze continuano a operare senza conseguenze significative. Il caso del colono Yinon Levi è emblematico. Sottoposto a sanzioni da parte del Regno Unito e dell'Unione europea per precedenti episodi di violenza contro palestinesi, nel luglio 2025 è stato coinvolto nell'uccisione dell'insegnante e attivista palestinese Awda al-Hathaleen. Arrestato con l'accusa di omicidio colposo, è stato rilasciato il giorno successivo e sottoposto a tre giorni di arresti domiciliari. Tre giorni. Non tre anni. Non tre mesi. Tre giorni. A distanza di circa un anno, ricorda Amnesty, non risultava ancora incriminato.
Ora proviamo a immaginare la stessa scena in un'altra parte del mondo. Proviamo a immaginare milizie armate vicine al potere che operano in territori occupati, villaggi progressivamente svuotati, comunità costrette ad andarsene, aggressori che beneficiano di una sostanziale impunità e autorità accusate di non intervenire. Se accadesse in Russia, in Iran, in Venezuela o in qualsiasi altro paese classificato tra i nemici dell'Occidente, assisteremmo a una valanga di editoriali indignati, vertici straordinari, risoluzioni parlamentari e richieste di sanzioni. Quando invece le accuse riguardano Israele, la prudenza diventa improvvisamente virtù suprema e il silenzio diplomazia.
La questione, però, non riguarda soltanto la sorte delle comunità palestinesi. Riguarda la credibilità stessa dell'ordine internazionale che l'Occidente sostiene di voler difendere. Perché il diritto internazionale non può essere una clava da usare contro gli avversari geopolitici e un elegante soprammobile da riporre in vetrina quando mette in imbarazzo gli alleati. O vale per tutti oppure non vale per nessuno. E quando milioni di persone vedono che le regole vengono applicate con due pesi e due misure, non si indebolisce soltanto la causa palestinese: si indebolisce l'intera idea di giustizia internazionale.
È questo il punto che emerge dalle conclusioni di Amnesty International e dagli appelli della sua segretaria generale Agnès Callamard. Non si tratta soltanto di stabilire chi abbia torto o ragione in un conflitto che dura da decenni. Si tratta di decidere se esistano ancora principi universali oppure soltanto interessi universali. Perché se i primi continuano a piegarsi ai secondi, allora il problema non è più soltanto ciò che accade nei villaggi della Cisgiordania. Il problema è ciò che sta accadendo alla nostra idea di legalità internazionale.

