Sotto lo stesso cielo in due universi lontani: lettera di un inviato di guerra alla moglie lontana
di Massimo Reina (Giornalisti Senza Frontiere)
Tra le tante domande che ricevo sul mio lavoro, ce n’è una che torna spesso: “Come si fa a restare umani in mezzo all’orrore?”.
Questa lettera, scritta una notte nella periferia ovest di Aleppo anni fa, è la risposta più sincera che riesco a dare.
Non spiega la guerra.
Spiega solo cosa resta dentro a chi la guarda troppo da vicino.
Non l’ho mai pubblicata.
L’ho tenuta stretta tra le pagine di un quaderno, come si tengono i ricordi che fanno male.
Ma oggi, rileggendola, mi sono accorto che non parla solo di guerra.
Parla di assenza, di resistenza, di amore che sopravvive al fragore. E forse — in un’epoca che ha dimenticato il peso della distanza — vale ancora la pena di leggerla.
L’altra metà del fronte
“Stanotte il cielo sembra un coperchio rovesciato.
Non ci sono stelle. Solo bagliori di artiglieria lontana, come fuochi d’artificio al contrario: non celebrano nulla, non augurano niente.
Qui il buio non è silenzio, è sospensione.
E mentre provo a dormire con il giubbotto antiproiettile ancora addosso, mi torna in mente una canzone di Eros Ramazzotti che fa:
“Ogni volta che respiro ti respirerò.”
La mente fa scherzi strani quando sei lontano da casa.
Prende le cose belle, quelle che scaldano, e le proietta sul freddo.
Sui sassi.
Sui crateri.
Su una tenda sudicia che odora di gasolio e sangue rappreso.
Lei, a casa, probabilmente ha messo a letto la bambina e ha appena spento la luce.
Forse ha lasciato il cellulare a ricaricare sul comodino, e domani lo controllerà appena sveglia, aspettando un mio messaggio, sperando che sia positivo.
Io ho spento il telefono per risparmiare batteria, e anche per non vedere l’ora: qui il tempo è una ferita che pulsa piano.
“Ogni immagine che accendo ti illuminerà…”
La foto che ho con me è stropicciata. Una stampa a colori ormai sbiadita, che tengo nel portafogli assieme a un biglietto del treno e a una preghiera in arabo che mi ha dato un bambino.
“Allah ti protegga, uomo con la penna” mi ha detto, e io ho fatto finta di crederci.
La verità è che non ci protegge nessuno.
Non Dio, non il caso, non i contratti firmati con le agenzie.
Ci protegge solo il ricordo.
Solo l’idea che da qualche parte, lontano, ci sia qualcuno che ci respira dentro.
Ho visto uomini morire stringendo tra le dita un ciondolo.
Ne ho visti altri sorridere prima di sparire sotto le macerie.
Io, nel dubbio, tengo con me queste parole:
“Se chiuderemo gli occhi, andremo liberi…”
Forse è tutto lì.
Nel chiudere gli occhi e fingere per un attimo che non ci siano missili, sirene, bambini senza voce.
Solo lei.
Solo noi.
Sotto lo stesso cielo, sì. Ma in due universi che non si parlano mai.
A meno che… a meno che una canzone non riesca a fare il miracolo. A cucire la distanza come si ricuce una ferita.
“Ogni viaggio mi riporterà da te…”
Ci credo ancora. Che tornerò.
Che il mio viaggio non finirà qui, tra i sassi di Aleppo e le ombre di Idlib.
Che le mie parole avranno un domani, e che tu, leggendo, mi sentirai più vicino.
Perché ogni riga che scrivo ha il tuo nome sotto, anche se non lo firmo mai. Ti respiro, da qui.
E forse è questo che mi tiene ancora in piedi.”
Cosa resta del mondo
Oggi rileggendo queste parole mi accorgo che non era una lettera dal fronte: era una lettera dalla vita, scritta da chi ha visto troppo ma non abbastanza per smettere di credere. In guerra impari che non c’è nulla di eroico nel resistere: solo il desiderio di tornare, anche solo con le parole.
Quelle righe, allora, erano per mia moglie. Oggi sono per tutti quelli che si sentono lontani da qualcuno, per chi aspetta un messaggio, per chi tiene una foto stropicciata nel portafogli. Perché anche quando la guerra finisce — e tutte le guerre prima o poi finiscono — resta il bisogno di respirarsi a distanza. E forse è vero: ogni viaggio, in fondo, ci riporta sempre da qualcuno.

