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di  Massimo Reina 

C’è un odore che non se ne va, e io purtroppo lo conosco bene.

Ariel Taman lo sentiva addosso perché lo conosceva meglio,  anche dopo sei docce al giorno. Non era sudore, né sangue: era disgusto per la guerra, per le vite inutilmente spezzate da ambo le parti, forse anche per la colpa.

Era il tanfo persistente della disumanità che penetra la pelle, si insinua sotto le unghie, nei sogni. Un soldato riservista, un giovane uomo incaricato di riconoscere i corpi dei suoi compagni morti a Gaza, ma anche quelli dei palestinesi. Ha deciso di farla finita. E non è il solo. I suicidi tra i militari israeliani sono in aumento, nonostante le smentite della propaganda, la stessa che sminuirà quello di Ariel o ribalterà a proprio vantaggio. Perché? Perché quando l’inferno ti diventa routine, l’unica via di fuga è il silenzio.

Ma Ariel non è morto da solo. Con lui, lentamente, sta morendo un pezzo d’Israele. Quello che ho conosciuto io anni fa, accogliente e democratico, che non urla “morte agli arabi”, che non marcia con le bandiere insanguinate del fanatismo religioso e della colonizzazione, che non spara razzi su un campo profughi e lo chiama "atto di difesa". Quel pezzo d’Israele che piange i suoi figli e anche quelli degli altri. Quel pezzo che non trova spazio nei notiziari, troppo impegnati a giustificare l’ingiustificabile.

La verità è questa: c’è un popolo stanco in Israele. Stanco di Benjamin Netanyahu, del suo cinismo, della sua ossessione per il potere. Di un uomo che ha fatto del conflitto una macchina elettorale, che ha trasformato Gaza in un laboratorio di guerra permanente, e i suoi stessi soldati in carne da propaganda. C’è un esercito esausto, pieno di fanatici criminali, ma anche di ragazzi come Ariel, che non reggono più il peso dei cadaveri. Non solo quelli che toccano con mano, ma anche quelli che vedono negli incubi: bambini palestinesi strappati alle madri, famiglie intere ridotte in cenere da un missile “intelligente”.

E poi ci sono i palestinesi, che non hanno il lusso della stanchezza. Loro devono sopravvivere, ogni giorno, sotto le bombe, con la fame, senz’acqua, senza speranza. Vivono in una prigione a cielo aperto, mentre il mondo si gira dall’altra parte, anestetizzato dalle parole “terrorismo” e “autodifesa”, parole svuotate di senso quando diventano scudo per crimini di guerra.

Netanyahu non rappresenta più nemmeno Israele. Rappresenta solo se stesso, la sua paura di finire in tribunale, la sua alleanza con fanatici messianici che sognano l’espulsione dei palestinesi come soluzione finale. Ma l’odore della morte non si può nascondere sotto i tappeti della propaganda. Lo sentono i soldati, lo sentono i cittadini, lo sente chiunque abbia ancora un briciolo di coscienza.

Ariel Taman si è tolto la vita, ma ci ha lasciato una testimonianza silenziosa, un grido muto che dice più di mille editoriali: questo sistema sta uccidendo tutti. E non solo con le bombe. Che resti scritto nella pietra e nella carne: nessuno può restare umano troppo a lungo in un mondo che ti costringe a scegliere tra l'indifferenza e la follia. Ma il vero coraggio, oggi, è dire basta. In ebraico, in arabo, in qualsiasi lingua che abbia ancora voce per piangere i morti, tutti i morti, e salvare i vivi da chi gioca alla guerra con la vita degli altri.

 

 

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Info Autore
Massimo Reina
Author: Massimo Reina
Biografia:
Giornalista, scrittore e Social Media Editor, è stata una delle firme storiche di Multiplayer.it, ma in vent’anni di attività ha anche diretto il settimanale Il Ponte e scritto per diversi siti, quotidiani e periodici di videogiochi, cinema, società, viaggi e politica. Tra questi Microsoft Italia Tecnologia, Game Arena, Spaziogames, PlayStation Magazine, Kijiji, Movieplayer.it, ANSA, Sportitalia, TuttoJuve e Il Fatto Quotidiano. Adesso che ha la barba più bianca, ascolta e racconta storie, qualche volta lo fa con le parole, altre volte con i video. Collabora con il quotidiano siriano Syria News e il sito BianconeraNews, scrive per alcune testate indipendenti come La Voce agli italiani, e fa parte, tra le altre cose, dell'International Federation of Journalist e di Giornalisti Senza Frontiere. Con quest’ultimo editor internazionale è spesso impegnato in scenari di guerra come inviato, ed ha curato negli ultimi 10 anni una serie di reportage sui conflitti in corso in Siria, Libia, Libano, Iraq e Gaza.
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