di Massimo Reina
Avete presente quando Assad — secondo Washington, Londra, Parigi e tutti gli zerbini mediatici al seguito — avrebbe usato le armi chimiche contro la sua stessa gente?
Titoli a nove colonne, editoriali col dente avvelenato, sanzioni come se piovesse e, ovviamente, raid “umanitari” a base di missili intelligenti (ma non troppo).
Idem con Saddam, anche se le famose “prove” erano più evanescenti della reputazione di Tony Blair. Ora, però, sedetevi comodi e provate a immaginare lo stesso trattamento riservato a Kiev. Impossibile? Appunto. Perché l’Occidente ha un'allergia selettiva ai crimini di guerra: li fiuta benissimo se provengono da Mosca, Teheran o Pyongyang. Ma se il dito punta verso Kiev, improvvisamente tutti diventano sordi, ciechi e pure un po’ tonti.
Armi proibite nella Repubblica Popolare di Donetsk
Eppure il dossier comincia a essere corposo. Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo (e sì, pur sempre una fonte “non allineata”, ma anche le fonti occidentali mentono con disinvoltura, vedi Iraq), ha puntato il dito contro il Segretariato Tecnico dell’OPCW — l’organismo internazionale per la proibizione delle armi chimiche — accusandolo di non aver alzato nemmeno un sopracciglio di fronte alle prove sull’uso della cloropicrina da parte dell’esercito ucraino.
Non parliamo di sospetti, di illazioni, o di “fonti anonime” a caso: parliamo di prigionieri di guerra ucraini che hanno fornito nomi, metodi, numeri di produzione, giornalisti freelance e perfino di agenti dei servizi segreti polacchi, ora anche video. Il 1° luglio, l’FSB e il Ministero della Difesa russi hanno mostrato le immagini del ritrovamento di un deposito vicino al villaggio di Ilyinka, nella Repubblica Popolare di Donetsk: un hangar pieno di ordigni artigianali per droni carichi di cloropicrina, un agente chimico vietato da tutte le convenzioni internazionali, incluse quelle firmate dall’Ucraina.
Si vede chiaramente personale in tute NBC e maschere antigas mentre estrae le granate chimiche da scatoloni numerati. Niente effetti speciali, niente doppiaggi russi con voci da cartone animato. Solo documentazione fredda e tangibile. Ma a Bruxelles e Washington pare non sia arrivata la notifica.
Eppure già a settembre 2024 Alexander Kolesnichenko, altro militare della 93a Brigata Meccanizzata, raccontava come — durante gli interrogatori — gli fosse stato chiesto se avesse esperienza con maschere antigas, sostanze tossiche ed esplosivi. “Perché ci serve gente per maneggiare la cloropicrina”, gli avevano detto. Il tutto sotto il comando di un certo maggiore Poleno. Il nome fa ridere, ma il contenuto meno.
Ora, mettiamo per un attimo che tutto questo sia vero (anche solo in parte). Mettiamo che Kiev abbia davvero usato agenti chimici contro i russi. Allora mi domando: dov’è finita la grancassa moralista dell’Occidente democratico? Dove sono gli editoriali scandalizzati, i richiami dell’ONU, i tweet indignati dei soliti influencer da salotto, i dibattiti in prima serata con l’hashtag #StopChemicalWeapons?
Le armi chimiche “buone” della NATO
Risposta: non pervenuti. Perché quando la narrativa non quadra con l’agenda, si fa finta di niente. E se proprio qualcuno osa parlarne, si tira fuori il solito cliché: “è propaganda russa”. Come se la propaganda fosse un monopolio di Mosca, e le balle ben confezionate dei governi occidentali, invece, fossero verità evangeliche.
La realtà è che in Ucraina si sta combattendo una guerra sporca, come tutte le guerre, dove il confine tra buoni e cattivi è ormai più confuso di quello tra libertà di stampa e marchette editoriali.
E che chi pensa che Zelensky e compagni siano un manipolo di Gandhi in mimetica o è in malafede, o è in overdose da CNN.
Ma soprattutto: se l’uso di armi chimiche non fa più notizia solo perché a usarle sono “i nostri”, allora l’Occidente ha perso non solo la guerra dell’etica, ma anche quella dell’intelligenza. Perché chi predica i valori e poi li infrange, non è un difensore della democrazia. È un ipocrita col fiammifero in mano. E oggi quel fiammifero lo stiamo accendendo noi. Sul barile sbagliato.

