di Massimo Reina
Dunque è ufficiale: nel mondo alla rovescia delle democrazie a stelle e strisce, chi denuncia i crimini finisce sanzionato, chi li commette viene premiato.
Il 9 luglio, il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha annunciato sanzioni contro Francesca Albanese, Relatrice Speciale ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati. Il suo crimine? Aver detto la verità. Aver denunciato – dati e testimonianze alla mano – che Israele sta compiendo crimini contro l’umanità, e che gli Stati Uniti li finanziano.
Il jihadista tagliagole buono, la relatrice ONU cattiva
Una decisione senza precedenti. Mai nella storia Washington aveva sanzionato un funzionario ONU in carica. E non uno qualunque: una giurista, italiana, rispettata a livello internazionale per il rigore del suo lavoro. Nel frattempo, mentre a Washington impilano sanzioni contro chi osa dire che Gaza è diventata un mattatoio, l'esercito israeliano uccide 300 persone in 48 ore. Un numero che fa impallidire anche le statistiche dei terremoti. Ma stavolta la scossa viene dall’ipocrisia.
E ora tenetevi forte. Perché mentre gli Stati Uniti colpiscono Francesca Albanese, cancellano con un colpo di spugna le sanzioni contro il fondatore di Al Qaeda in Siria, al secolo Abu Mohammed al-Julani, oggi “presidente” della Siria e leader di un governo che ha ripreso a massacrare le minoranze cristiane e alawite. Esatto: quell’organizzazione che per anni hanno inserito nelle liste del terrore, ora viene derubricata come se fosse un’associazione di volontariato col turbante.
Quindi: terrorista jihadista fuori dalla lista nera, funzionaria ONU dentro. È tutto così grottescamente surreale che perfino Orwell, dal suo loculo, si sarà fatto una risata isterica. Perché succede questo? Perché Albanese non si è genuflessa. Perché ha usato parole come apartheid, colonialismo, impunità, genocidio. E ha avuto l’ardire di riferirsi non solo ai crimini di Hamas (che non ha mai negato), ma soprattutto a quelli dell’esercito israeliano, documentati da Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem, giornalisti internazionali e perfino ex militari israeliani.
Il mondo alla rovescia
Ma in un’epoca in cui il diritto internazionale è ostaggio della geopolitica, chi osa toccare Israele con una virgola di verità viene accusato di antisemitismo, di simpatia per i terroristi, di essere – come da cliché – pagato da Hamas. Dossier costruiti, tweet tagliati, frasi decontestualizzate: l’apparato si muove come una macchina del fango ben oliata, e l’Italia – va detto – se ne sta zitta come una serva ben addestrata.
Francesca Albanese paga il prezzo della coerenza. La punizione serve da monito a tutti gli altri: guardate cosa succede a chi parla troppo. È la stessa logica con cui i regimi puniscono i dissidenti. Solo che qui il regime è la più grande democrazia del mondo.
E mentre si loda la libertà, la stampa “libera” si gira dall’altra parte. Tranne qualche rara eccezione, il mainstream è occupato a glorificare “l’alleanza atlantica”, a nascondere sotto il tappeto i cadaveri palestinesi, e a ripulire l’immagine di Tel Aviv come fosse uno spot del turismo culturale.
Ma chi ha ancora un briciolo di memoria ricorderà questo:
che un terrorista è stato riabilitato, e una donna che difende i diritti umani è stata criminalizzata. Let that sink in, direbbero a Washington. Tradotto: fatevelo entrare in testa. Prima che sia troppo tardi.

