di Vito Sorrenti
Uno dei miracoli più sorprendenti dell’intelligenza artificiale è quello di aver, almeno in apparenza, eliminato gli imbecilli.
In origine il termine imbecille indicava chi era privo di un bastone, cioè del sostegno necessario per camminare senza rischiare di cadere a causa della propria debolezza o fragilità. Con il passare dei secoli, la parola ha assunto un significato diverso, arrivando a designare chi, per natura, età o malattia, risulta menomato nelle facoltà mentali o psichiche.
Ma torniamo al “miracolo” dell’AI. Fino a qualche anno fa, soprattutto sui social, si potevano leggere frasi che contenevano più errori che parole: frasi escoriate, ferite, mutilate; frasi malate, prive di una sana e robusta costituzione, affette da artrosi, cifosi, scoliosi e altre patologie linguistiche.
Oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, queste deformità sembrano scomparse. Accade così di leggere sui profili di Tizio o di Caio testi che paiono scritti dai più grandi poeti o da esperti di ogni disciplina. E davanti a questo spettacolo sorge spontanea una domanda: come hanno fatto questi signori, che prima zoppicavano vistosamente e a stento si reggevano in piedi, a sfoggiare all’improvviso un apparato linguistico così levigato e tonico da far invidia a un atleta in procinto di partecipare alle Olimpiadi?
La risposta, a ben vedere, è fin troppo semplice: sono stati miracolati. O no? Soprattutto se si considera che molte di queste persone, statisticamente caratterizzate da una scarsa predisposizione alla lettura, dispongono di un vocabolario che varia sì e no dalle 500 alle 1500 parole.

