di Massimo Reina
Ogni volta che una donna viene uccisa, seviziata, perseguitata, il copione è sempre lo stesso.
I politici si affollano davanti ai microfoni, le facce contrite diventano improvvisamente umane, i tweet grondano indignazione postuma: “Bisogna denunciare”. “Lo Stato è dalla vostra parte”. “Non siete sole”.
Peccato che spesso sia un gigantesco e organizzato esercizio di ipocrisia. Perché la verità, quella che non fa comodo dire nei talk show, è un’altra: le donne denunciano. E quasi sempre vengono lasciate sole.
Il mantra è sempre quello: “Se non denunciano, è colpa loro”. Come se la responsabilità del fallimento dello Stato dovesse ricadere sulle vittime. Denuncia. Vai in questura. Fatti coraggio. Fidati. Racconta tutto. Rivivi l’umiliazione. Espònti. Scopriti. Metti a rischio la tua sicurezza.
E poi?
Poi ti senti dire: “Ma è sicura?”.
“Magari ha frainteso”.
“È un periodo difficile per lui”.
“Signora, non possiamo farci molto”.
“Torni a casa e stia attenta”.
Denunci. E non ti ascoltano.
Novanta volte su cento – e non è un numero buttato lì per fare scena – le donne che chiedono aiuto trovano un muro di gomma: forze dell’ordine demotivate, oberate, spesso impreparate; leggi vecchie, farraginose, garantiste solo con chi non dovrebbe godere di alcuna garanzia morale; magistrati che sottovalutano, archiviano, rinviano, rimandano, dormono.
A volte – ed è qui che l’ipocrisia raggiunge vette da commedia grottesca – sono altre donne, sedute dietro una scrivania, con una toga sulle spalle, a liquidare il tutto come “conflitto familiare”, “tensione di coppia”, “questione privata”.
Privata un corno. È un problema pubblico. Gravissimo. Strutturale.
E invece il messaggio che passa è sempre quello: “Avete denunciato? Bene. Ora sperate.”
Perché il sistema funziona così: ti chiedono il coraggio, ma non ti offrono protezione. Ti chiedono di esporti, ma non ti garantiscono sicurezza. Ti fanno firmare verbali, ma non attivano misure tempestive. Ordinanze di allontanamento che arrivano dopo settimane, codici rossi che diventano codici rosa pallido, braccialetti elettronici che non funzionano, non vengono consegnati, o – capolavoro italiano – non ci sono.
Lo Stato italiano è straordinario in una cosa: scaricare la responsabilità sulle vittime.
Se non denunci, sei complice.
Se denunci e succede qualcosa, “bisognava intervenire prima”.
Se avevi denunciato, “bisognava fare di più”.
Ma non loro, ovviamente. Sempre tu.
E quando poi il femminicidio avviene – perché avviene, puntuale, come una tassa sulla retorica – allora parte il circo: fiaccolate, minuti di silenzio, passerelle, promesse di nuove leggi. Leggi che arriveranno tra dieci anni. O forse mai.
Nel frattempo, i fascicoli si accumulano, i tribunali scoppiano, le denunce finiscono in fondo alle pile, e chi dovrebbe proteggere spesso minimizza.
La verità è brutale, ed è questa: in Italia denunciare è un atto di fede. Non una garanzia.
Un salto nel vuoto. Una scommessa contro l’indifferenza. Una roulette russa burocratica.
E no, non basta continuare a ripetere alle donne “denunciate”, quando non siete in grado di proteggerle. Non basta la propaganda. Non bastano gli slogan. Non bastano le panchine rosse inaugurate con il buffet.
Servirebbe uno Stato che funzioni.
Servirebbero leggi rapide, automatiche, feroci contro chi minaccia e perseguita.
Servirebbero operatori formati, motivati, responsabilizzati.
Servirebbero magistrati che non archiviano con leggerezza, che non minimizzano, che non trasformano l’allarme in routine.
Finché non esisterà tutto questo, continuare a dire “denunciate” suonerà sempre come quello che è: uno scarico di coscienza collettivo.
Un modo elegante per dire: “Fatevi coraggio. Poi, però, arrangiatevi.”

