Un’aggressione annunciata, precedenti ignorati e un quartiere lasciato senza risposte. Quando la violenza diventa il prezzo dell’inerzia
di Monica Vendrame
A Roma, nel quartiere di San Lorenzo, non è accaduto nulla di imprevedibile.
L’aggressione a una donna di 44 anni, colpita con un pugno mentre era in bicicletta con il figlio, non è un incidente della sorte né un episodio isolato: è l’esito di una catena di omissioni che da tempo il quartiere denuncia e che continua a essere ignorata.
Non c’è stata rapina, non c’è stata lite, non c’è stato alcun pretesto. Solo violenza pura e gratuita. Un gesto improvviso, cieco, che ha trasformato un momento quotidiano in un incubo. La donna è finita in ospedale con fratture al volto, in attesa di un intervento chirurgico. Con lei c’era il figlio, presente e coinvolto suo malgrado in una scena di violenza improvvisa che nessun bambino dovrebbe mai trovarsi a vivere.
L’uomo che ha colpito, un 22enne tunisino senza fissa dimora, non era uno sconosciuto. Era già noto, già segnalato, già responsabile di altre aggressioni nei giorni precedenti, tutte ai danni di donne e senza alcuna apparente motivazione. Un elemento che rende ancora più grave quanto accaduto, perché spazza via ogni tentativo di liquidare l’episodio come un caso isolato o una tragica fatalità.
Eppure, nonostante i precedenti e le segnalazioni, quell’uomo era libero di muoversi nel quartiere. Libero di tornare in strada dopo l’ennesimo trattamento sanitario obbligatorio. Libero di rifare la sua quotidianità mentre le vittime facevano i conti con referti medici, prognosi e paura. Un cortocircuito che si ripete da tempo e che mostra tutta l’inadeguatezza di un sistema capace solo di tamponare l’emergenza, senza mai affrontarne le cause.
È qui che cade l’ennesima ipocrisia. Perché ogni volta che si prova a parlare di sicurezza, la discussione viene deviata. Denunciare il degrado diventa “odio”, chiedere interventi strutturali diventa “criminalizzazione della povertà”. È una scorciatoia morale comoda, che evita accuratamente il nodo centrale: la totale assenza di prevenzione e di assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni.
Nessuno chiede repressione cieca. Nessuno invoca scorciatoie autoritarie. Ma continuare a rimettere in strada una persona evidentemente pericolosa non è inclusione, è abbandono. E non è umano lasciare che la fragilità di uno diventi il pericolo concreto per tutti gli altri, soprattutto quando esistono strumenti che dovrebbero servire proprio a evitare questo esito.
San Lorenzo non è un laboratorio ideologico né una vetrina per buoni sentimenti a intermittenza. È un quartiere abitato da persone reali, che hanno diritto a vivere, lavorare, accompagnare i figli senza paura. Quando le aggressioni si ripetono e le istituzioni si limitano a “studiare soluzioni”, il problema smette di essere contingente e diventa strutturale.
Il problema non è più solo chi alza il pugno.
Il problema è chi sapeva, chi aveva gli strumenti per intervenire e ha scelto di non farlo. Perché questa violenza non è improvvisa, né inevitabile. È tollerata. E ogni giorno che passa senza una risposta reale, quel pugno smette di essere soltanto un gesto individuale e diventa il simbolo di un fallimento collettivo.

