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* Quella che segue non è una lettera in senso stretto, ma una scelta narrativa: usare questa forma per dare voce, con misura, a una solitudine che riguarda molti uomini e donne

 

Storia ordinaria di un dolore educato...

 

di  Massimo Reina

Ci sono mattine in cui ti siedi in macchina e resti fermo.


Il motore spento. Le mani sul volante. Il tempo che scorre come se non avesse bisogno di te.
Aspetti.

Non qualcuno in particolare. Aspetti che accada qualcosa. Che qualcuno venga a chiederti perché sei lì.

Nessuno arriva.

Non è una scena drammatica. Nessuna musica di sottofondo. Nessuna tragedia.
È una di quelle situazioni normali che non finiscono nei racconti, perché non fanno rumore.
Eppure è lì che spesso inizia la solitudine vera: quando sei presente ma non necessario, visibile ma non visto.

Scrivo questa lettera non per accusare, né per chiedere comprensione a buon mercato.
Scrivo perché esiste una forma di dolore che non urla, non minaccia, non rompe piatti.
Una forma di dolore che resta educata, composta, funzionale.
E proprio per questo viene ignorata.

È il dolore di chi continua ad andare al lavoro, a fare il padre, il marito, il figlio.
Di chi non smette di essere affidabile, e per questo smette di essere interrogato.

Ci sono uomini che non vengono più chiamati per nome, ma per funzione.
Papà. Marito. Figlio.
Ruoli che diventano gabbie quando nessuno chiede più: come stai?

A volte basta una frase detta senza cattiveria — “su, su, pensa positivo” — per trasformare un dolore in qualcosa di illegittimo.
Non perché la frase sia crudele, ma perché chiude lo spazio.
Dice: non c’è tempo per quello che senti.
E quando questo accade ogni giorno, lentamente, una persona smette di parlare.

Non smette di sentire.
Smette di dire.

I bambini crescono. È naturale.
A dieci anni non cercano più le ginocchia come rifugio, non leggono più la stanchezza negli occhi del padre come facevano prima.
Ma non è vero che dimenticano.
Semplicemente danno per scontata la presenza, e questo è il prezzo più alto che pagano gli affetti solidi.

Un padre diventa come una casa:
non la ringrazi ogni volta che rientri, ma crolli se non c’è più.

I genitori invecchiano.
E con loro invecchia anche la loro capacità di ascoltare.
La rabbia prende il posto della tenerezza, l’impazienza sostituisce la comprensione.
Non perché l’amore sia finito, ma perché le forze si sono spostate.

Così ti ritrovi a essere contemporaneamente figlio, padre e colonna portante.
Senza rete.
E quando vacilli, nessuno lo vede, perché sei sempre stato quello che regge.

Questa lettera è per chi vive accanto a qualcuno così.
Per chi pensa che il silenzio sia segno di forza.
Per chi confonde la resistenza con l’assenza di bisogno.

Non chiediamo soluzioni.
Non chiediamo discorsi motivazionali.
Non chiediamo di “tirarci su”.

Chiediamo una domanda.

Una sola.

Come stai?
Detta davvero.
Detta con il tempo di ascoltare la risposta.

Perché esiste un punto preciso in cui una persona non vuole morire,
ma vorrebbe solo smettere di esistere per un po’,
sparire dalla scena, tornare a quando il mondo era più caldo,
quando bastava una carezza di una figlia piccola per rimettere insieme una giornata intera.

Quel desiderio non è fuga.
È nostalgia di umanità.

Scrivo questo perché troppe persone spariscono prima dentro, e solo dopo fuori.
E quando ce ne accorgiamo, spesso è tardi per fare una domanda semplice.

Se state leggendo e vi riconoscete, sappiate questo:
non siete deboli.
Siete stanchi di essere forti da soli.

E se state leggendo e vivete accanto a qualcuno che sembra “reggere sempre”, fermatevi un momento.
Guardatelo.
Chiedetegli come sta.

Non per aggiustarlo.
Ma per scaldarlo.

A volte, è tutto ciò che serve per restare.

 

 

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Info Autore
Massimo Reina
Author: Massimo Reina
Biografia:
Giornalista, scrittore e Social Media Editor, è stata una delle firme storiche di Multiplayer.it, ma in vent’anni di attività ha anche diretto il settimanale Il Ponte e scritto per diversi siti, quotidiani e periodici di videogiochi, cinema, società, viaggi e politica. Tra questi Microsoft Italia Tecnologia, Game Arena, Spaziogames, PlayStation Magazine, Kijiji, Movieplayer.it, ANSA, Sportitalia, TuttoJuve e Il Fatto Quotidiano. Adesso che ha la barba più bianca, ascolta e racconta storie, qualche volta lo fa con le parole, altre volte con i video. Collabora con il quotidiano siriano Syria News e il sito BianconeraNews, scrive per alcune testate indipendenti come La Voce agli italiani, e fa parte, tra le altre cose, dell'International Federation of Journalist e di Giornalisti Senza Frontiere. Con quest’ultimo editor internazionale è spesso impegnato in scenari di guerra come inviato, ed ha curato negli ultimi 10 anni una serie di reportage sui conflitti in corso in Siria, Libia, Libano, Iraq e Gaza.
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