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Un poliziotto aggredito a terra, scontri, incendi e feriti: ciò che è accaduto oggi non ha nulla a che vedere con il diritto di manifestare

Non è più solo un video a scuotere le coscienze, ma una sequenza di fatti che, messi insieme, raccontano una giornata che a Torino ha superato ogni confine della protesta.

Quella che doveva essere una manifestazione si è trasformata in una guerriglia urbana, con feriti, incendi, devastazioni e un’aggressione che, per modalità e ferocia, segna un punto di non ritorno.

La scena più grave si consuma nei pressi del Campus universitario Einaudi: un agente del reparto mobile resta isolato, circondato da sei o sette persone vestite di nero e incappucciate. Viene colpito mentre è a terra, perde il casco, cerca di proteggersi il volto con le mani. Calci, pugni, secondo alcune ricostruzioni anche colpi inferti con un martello. Un laser verde puntato addosso, come in una caccia all’uomo. Per lunghi secondi nessuno riesce a raggiungerlo. Solo l’intervento di un collega, che lo copre con uno scudo, interrompe il pestaggio.

 https://www.youtube.com/shorts/ct9N3rMeA10

Attorno a quell’episodio si sviluppa il resto della giornata di violenza. Dopo il corteo organizzato in difesa del centro sociale Askatasuna, una frangia di antagonisti si stacca dal percorso autorizzato. Partono lanci di petardi, bombe carta, fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine. Vengono incendiati cassonetti, innalzate barricate, dato alle fiamme un mezzo della polizia. La tensione si sposta lungo corso Regina Margherita, mentre la città assiste a scene che nulla hanno a che vedere con il diritto di manifestare.

Il bilancio, provvisorio, parla di almeno undici agenti feriti e di diversi manifestanti trasportati in ospedale. Alcune persone vengono fermate. Anche una troupe televisiva finisce nel mirino degli incappucciati, segno di un clima che non tollera testimoni.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto parla apertamente di nemici dello Stato, di comportamenti assimilabili a quelli di guerriglieri. Parole dure, che possono dividere, ma che nascono da immagini che non ammettono ambiguità. Perché qui non si è di fronte a un eccesso, a una degenerazione improvvisa, a una protesta sfuggita di mano. Qui c’è una violenza organizzata, consapevole, rivolta contro uomini in divisa lasciati soli in mezzo alla strada.

Il punto non è criminalizzare il dissenso, né ignorare i conflitti sociali che attraversano il Paese. Il punto è riconoscere che quando si colpisce un uomo a terra, quando si infierisce senza difesa possibile, quando l’obiettivo non è farsi ascoltare ma fare male, la protesta muore. E al suo posto resta solo la sopraffazione.

Torino oggi racconta un fallimento collettivo: dello Stato, che deve garantire sicurezza senza esporre i suoi agenti all’isolamento; della politica, che per anni ha tollerato ambiguità e zone franche; e di un certo antagonismo che ha scelto la violenza come identità, rinunciando a ogni legittimità.

Chiamare le cose con il loro nome non è propaganda. È responsabilità. Questa non è protesta. È violenza. E continuare a fingere che non sia così significa preparare il terreno perché accada di nuovo.

 

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