di Massimo Reina
La cosiddetta “famiglia nel bosco” ormai non è più una vicenda giudiziaria. È un esperimento sociale mal riuscito.
Un caso da manuale su come si possa produrre il danno e poi usarlo come prova della propria ragione.
I bambini oggi sono in una comunità. Non perché qualcuno abbia dimostrato che i genitori li maltrattassero, li trascurassero o li mettessero in pericolo. Ma perché qualcuno ha deciso che quel modo di vivere non era compatibile con una certa idea di normalità. E quando la normalità diventa criterio giuridico, il diritto smette di essere tale e si trasforma in costume obbligatorio.
Da quel momento in poi, il copione è sempre lo stesso. Si cerca il pelo nell’uovo. Si osserva, si seziona, si interpreta. Ogni reazione emotiva diventa un sintomo. Ogni sofferenza, una conferma. Ogni lacrima, una prova. Non importa da dove nasca. L’importante è che esista. Perché l’esistenza del disagio serve a giustificare l’atto che lo ha prodotto.
È una logica perversa, ma efficace. Si allontanano i bambini “per proteggerli”, li si inserisce in un contesto che inevitabilmente genera trauma, spaesamento, rabbia, e poi si dice: vedete, stanno male. Certo che stanno male. Stanno male perché sono stati strappati ai genitori. Ma questa parte del ragionamento viene accuratamente rimossa, perché renderebbe l’intera operazione indifendibile.
Il passaggio successivo è ancora più grave. I bambini, confusi, iniziano a prendersela con la madre. Non perché lei non li ami. Ma perché non capiscono perché non li porti via. Una dinamica psicologica elementare, prevedibile, quasi automatica. Eppure anche questo viene trasformato in materiale d’accusa. La sofferenza diventa strumento. La distanza emotiva diventa argomento. Il legame che si logora sotto costrizione diventa la prova che quel legame non funziona.
È un cortocircuito che non ha nulla di terapeutico e molto di ideologico. Un atto di forza mascherato da tutela. Un intervento non richiesto, non urgente, non necessario, ma portato avanti con ostinazione. Arrogante. Convinto della propria superiorità morale. Tipico di quella cultura radical chic che si commuove per le minoranze lontane e diffida visceralmente delle famiglie povere, autonome, fuori standard.
Qui non si sta proteggendo nessuno. Si sta imponendo un modello. Si sta dicendo che certi genitori vanno bene e altri no. Che alcune sofferenze sono tollerabili e altre no. Che la diversità è accettabile solo se patinata, benestante, raccontabile nei festival.
Il risultato è semplice e brutale. Due genitori distrutti. Tre bambini confusi e feriti. Un danno reale, concreto, quotidiano. E un apparato che sembra incapace di fermarsi, perché fermarsi significherebbe ammettere di aver sbagliato.
E questo, per chi esercita il potere senza contraddittorio, è l’unico errore davvero imperdonabile.
Alla fine resterà una domanda, che nessuna perizia potrà cancellare. Chi ha protetto questi bambini dal trauma che lo Stato ha inflitto loro. Chi li restituirà ai genitori dopo averli convinti, anche solo per un attimo, che la colpa fosse della madre.
Perché togliere un figlio senza necessità non è tutela. È violenza istituzionale.
E chiamarla protezione non la rende meno devastante. La rende solo più ipocrita.

