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Il doppio standard che nei media continua a colpire le donne, anche quando fanno informazione

 

Non è uno sfogo, e non è nemmeno una rivendicazione gridata.

È una constatazione, semplice e amara. Quando Licia Colò racconta che, dopo un reportage in alta quota, “com’è comprensibile, appaio in video con i capelli scompigliati” e che il giorno dopo le arriva “una pioggia di critiche”, non sta parlando di vanità. Sta parlando di uno sguardo. Di come quello sguardo cambi a seconda di chi hai davanti.

Un uomo che spiega un fenomeno naturale viene ascoltato. Una donna, spesso, viene prima osservata. E giudicata. L’ordine dei fattori non è irrilevante: incide sulla credibilità, sul rispetto, sulla possibilità stessa di essere presi sul serio. “Nessuno però muove mai gli stessi rilievi”, osserva Colò, facendo un nome non casuale: Mario Tozzi. Il punto non è il confronto personale, ma il meccanismo che lo rende possibile.

Colò mette il dito in una piaga che i media fingono di non vedere. Perché è più comodo liquidarla come suscettibilità individuale, come un problema di immagine. E invece no. “Se un collega spiega un fenomeno naturale ci si concentra sulle sue parole; a me, invece, scrivono: ‘ma perché non si pettina?’”. È una frase semplice, ma dice molto: racconta una gerarchia silenziosa, in cui il contenuto passa in secondo piano rispetto all’aspetto, purché chi parla sia una donna.

C’è poi un passaggio che pesa più degli altri: “Ma alla tua età fai ancora televisione?”. È una domanda che molte donne riconoscono, anche fuori dagli schermi. Non suona mai neutra, perché contiene già una sentenza. L’età, per una donna, non è esperienza che si accumula: è un limite che si avvicina. Per un uomo, invece, resta spesso un segno di autorevolezza. Il riferimento a Piero Angela — citato con rispetto, come maestro e modello — serve proprio a questo: non a contrapporre, ma a mostrare l’asimmetria.

Il cuore del discorso, allora, non è la televisione. È il paradigma. Quello secondo cui una donna deve essere non solo competente, ma anche gradevole, ordinata, rassicurante. Sempre. “Il paradigma che una donna debba essere per forza bella e perfetta lo manderei volentieri al diavolo”, dice Colò. E non è una provocazione: è una richiesta di normalità.

La natura che racconta da una vita non è mai perfetta. È aspra, scomposta, imprevedibile. Pretendere che una donna che la attraversa debba tornare in video pettinata è quasi una contraddizione simbolica. Come se l’esperienza reale dovesse essere sacrificata sull’altare dell’immagine.

Non si tratta di capelli. Né di televisione. Si tratta di autorevolezza concessa o negata. Di quanto, ancora oggi, il corpo di una donna venga percepito come parte del messaggio, mentre quello di un uomo resta un dettaglio.

E forse la domanda finale non è se queste parole siano condivisibili o meno.
Ma perché, nel 2026, suonino ancora così necessarie.

 

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