di Massimo Reina
C’è una specialità tutta italiana che non smette mai di stupire: trasformare un dramma in una lezione morale a uso tribunale, possibilmente contro chi indossa una divisa.
Così, mentre lo Stato chiede ai suoi uomini di intervenire, correre, rischiare, esporsi, li processa quando fanno esattamente ciò che gli è stato chiesto. Con una differenza: a posteriori. Al caldo. Con il cronometro in mano e il manuale sotto braccio.
Il caso del carabiniere Emanuele Marroccella, condannato a tre anni per eccesso colposo nell’uso delle armi, è l’ennesimo capitolo di questa schizofrenia istituzionale. Più della pena chiesta dal pm. Un record. Un messaggio. Non alla criminalità, sia chiaro. Alle forze dell’ordine.
I fatti sono quelli noti: notte, tentata rapina, colluttazione, un carabiniere ferito con un cacciavite, l’inseguimento, l’ordine di fermarsi, lo sparo. Il ladro, Jamal Badawi, muore. Il collega ferito è vivo per miracolo. Ma il processo, come spesso accade, non giudica i secondi reali. Giudica una ricostruzione ideale, ripulita dal panico, dall’adrenalina, dal sangue. Giudica l’azione come se fosse una simulazione.
Il risultato è il solito paradosso: il criminale diventa il centro del racconto, il tutore della legge il problema da risolvere. Non perché la giustizia ami i ladri, ma perché ha paura dell’uso legittimo della forza. E quando la forza fa paura, la si punisce. Così, per sicurezza.
Attenzione: nessuno chiede il Far West. Nessuno invoca licenze di uccidere. Nessuno sogna le derive violente che stanno segnando alcune polizie europee, finite in una spirale inquietante.
Ma tra l’anarchia e la repubblica delle banane giudiziaria, dove ogni intervento diventa un potenziale capo d’imputazione, dovrebbe esistere una terza via: regole chiare e confini praticabili.
Invece no. Qui vige la discrezionalità creativa. La distanza dello sparo diventa un dogma. La postura “di spalle” una colpa assoluta. Il contesto – aggressione appena avvenuta, arma impropria, ferito – un dettaglio folkloristico. Così la proporzionalità non è più un criterio operativo, ma una ghigliottina retroattiva.
La politica, come sempre, arriva dopo. Matteo Salvini esprime solidarietà. Parole. Tweet. Post. Poi il silenzio. Perché il vero nodo non è lo scontro tra garantisti e giustizialisti. È l’assenza di una assunzione di responsabilità politica: dire una volta per tutte cosa ci si aspetta da un carabiniere in strada, di notte, davanti a un aggressore armato che ha appena ferito un collega.
Se la risposta implicita è: qualunque cosa faccia, rischia il carcere, allora lo Stato non sta difendendo la legalità. Sta disarmando se stesso. Sta educando alla ritirata, all’attesa, al “meglio non intervenire”. E poi si stupisce se la sicurezza diventa un problema.
Questa non è giustizia. È autoflagellazione istituzionale. È uno Stato che, incapace di proteggere i cittadini, si consola punendo chi prova a farlo. Con zelo. Con severità. Con una legge che, invece di colpire i criminali, spara ai suoi.

