Milano saluta Ornella Vanoni davanti alla Chiesa di San Marco, nel giorno del suo addio
di Monica Vendrame
Ci sono addii che non riescono a stare dentro una chiesa.
Oggi, a Milano, l’addio a Ornella Vanoni è stato così. La città, raccolta nelle vie di Brera, ha atteso in silenzio l’arrivo del feretro alla Chiesa di San Marco. Quando la bara è apparsa, un applauso lungo e caldo ha attraversato la folla: non un gesto cerimoniale, ma un saluto istintivo, quasi affettuoso.
Sulla bara, di legno chiaro, una grande distesa di fiori gialli — il suo colore preferito. Tra le corone, quella di Gino Paoli. Intanto Milano, nel rispetto di un legame che andava oltre le scene, ha proclamato il lutto cittadino.
Dentro la chiesa l’atmosfera era composta, essenziale. Don Luigi Garbani, nell’omelia, ha ricordato la capacità di Ornella di trasformare la fragilità in creazione: «È andata più volte in pezzi nella sua vita — ha detto — ma la fragilità è garanzia di creazione». Una frase sobria, che ha colto un tratto della sua persona più ancora che della sua arte.

A un certo punto, il silenzio si è aperto come una porta: Paolo Fresu — chiamato da lei stessa tempo fa — ha suonato poche note, prima L’appuntamento, poi un soffio di Senza fine. Una tromba sola, in una chiesa piena. E in quel momento, più che altrove, si è avuta la sensazione che la voce di Ornella non se ne fosse andata davvero, ma semplicemente stesse respirando altrove.
Alla camera ardente, allestita al Piccolo Teatro Grassi, sono passate migliaia di persone. Una folla composta, silenziosa, arrivata non per nostalgia ma per riconoscenza. Perché alcuni artisti non finiscono: cambiano forma, continuano nella memoria degli altri.
In queste ore, le parole di Ettore Zanca ritornano come un contrappunto necessario:
«Ci sono molti modi per ricordare una persona che se ne va… e c’è anche chi deve chiedere scusa. Io sono tra quelli.»
Scuse semplici, senza rumore. Quelle che si fanno quando ci si rende conto, troppo tardi, della lucidità di un’artista che forse abbiamo ascoltato a metà, finché era qui.
Ornella aveva espresso negli anni il desiderio di essere cremata e di vedere disperse le sue ceneri nelle acque di Venezia. L’acqua come ritorno, come quiete. Un’immagine che sembra appartenerle: qualcosa che scivola via e resta allo stesso tempo.
Il modo più vero per salutarla, oggi, non è ricordare tutti i suoi successi. È riconoscere la sua grazia irregolare, la sua ironia che graffiava e disarmava, il suo modo di essere scena anche quando non era più su un palco. E allora, oggi, nel giorno del congedo, la frase che Zanca ha scritto diventa anche nostra:
Scusami, Ornella.
Perché forse non abbiamo capito tutto. Ma oggi, in questo silenzio, l’abbiamo ascoltata davvero.


