Dietro l’aggressione di Milano non c’è solo un fatto di cronaca, ma il riflesso di un vuoto educativo e umano che gli adulti continuano a non vedere
di Arnaldo Vitangeli
Normalmente non mi interesso di cronaca, e penso che l'attenzione spasmodica che i media dedicano ai fatti delittuosi sia una forma di distrazione di massa.
Ma sono rimasto profondamente turbato dall'aggressione (l'ennesima) avvenuta qualche tempo fa a Milano.
Cinque ragazzi tra i 17 e i 18 anni, provenienti da famiglie normali e senza disagi economici o sociali, hanno massacrato di botte e accoltellato un coetaneo per derubarlo di 50 euro.
Ma la cosa più sconvolgente è la reazione dei giovani alla notizia della possibile morte della vittima. I ragazzi appaiono divertiti dal loro gesto (vorrebbero postarlo sui social) sperano che il ragazzo muoia e ridono della tragedia, progettando di camuffarsi per la prossima aggressione.
Una società in cui dei ragazzini sono così privi della minima empatia nei confronti di un coetaneo che rischia la vita e che avrà danni permanenti è profondamente malata. Non si tratta di "mostri", nel senso che non sono casi isolati e anomali, sono il prodotto della nostra idea di mondo, e la dimostrazione del fallimento, totale completo e irreversibile, della generazione che li ha preceduti, la mia.

