di Monica Vendrame
È successo a Soci, nel Casentino, in provincia di Arezzo.
Un bambino di due anni è morto all’asilo nido, soffocato in un incidente improvviso che nessuno avrebbe potuto immaginare. Stava giocando nel giardino, e il laccetto della felpa, rimasto impigliato a un ramo, gli ha tolto il respiro. È in quel silenzio che si misura la fragilità di tutto.
Sono notizie che non si riescono a leggere fino in fondo. Ti restano addosso, come un dolore che non sai dove mettere. Non serve cercare parole complicate: non ce ne sono. Si pensa solo a quel cortile, alle maestre che corrono, al silenzio dopo. E resta dentro una domanda che non ha risposta: com’è possibile che accada proprio lì, dove tutto dovrebbe essere cura e sicurezza? Dove si rompe la catena della cura, dell’attenzione, del destino?
Un asilo nido è il primo luogo del mondo dopo casa. È lì che i bambini imparano la fiducia, e che le famiglie la affidano a mani che diventano prolungamento delle proprie. Per questo, quando un dolore simile attraversa un cortile di giochi, non muore solo una vita: si incrina una certezza collettiva, si ferisce un’idea di protezione che pensavamo inviolabile.
Ora resta il silenzio. Quello degli educatori, degli inquirenti, dei genitori, di chi passa davanti a quel cancello e non sa più cosa dire. Forse la sola risposta possibile è una promessa: che nulla, mai, venga dato per scontato quando si parla di infanzia; che la cura resti un gesto pieno, presente, attento come il battito che si veglia la notte.
Le indagini faranno il loro corso, ma nessun verbale potrà dire davvero cos’è successo. Forse perché certe cose non si spiegano: si accettano con fatica, nel silenzio, stringendo i pugni e il cuore.
Perché in fondo ogni bambino è figlio di tutti. E ogni volta che uno di loro se ne va, è il mondo intero che perde un po’ della sua luce.

