Charlie Kirk è stato ucciso, e per i sanguinari radical chic è festa in barba ai valori di toleranza e democrazia di cui si professano paladini
di Massimo Reina
Qualche giorno fa è morto Charlie Kirk.
Ho aspettato prima di scriverne, perché volevo vedere fino a che punto si sarebbero spinti l’odio cieco, l’ipocrisia e la pazzia dei buonisti della domenica, dei radical chic da salotto, quelli del “noi siamo i buoni e voi il Male”. E le conferme non si sono fatte attendere: fino al grottesco, fino alla ridicolaggine più spinta. Una gara a chi sparava il giudizio più livoroso, a chi mostrava più crueltà.
Di fatto, come sempre, quelli che si professano paladini del rispetto, della diversità, del “mai più odio”, all’improvviso diventano giustizieri sanguinari quando a cadere è uno che non rientra nel loro catechismo ideologico. “Era giusto che morisse”, hanno scritto in tanti. Democratici e tolleranti sì, ma solo se la vittima serve alla loro propaganda. Altrimenti, si può brindare.
E così la maschera cade: i “buoni” non sono buoni affatto. Sono semplicemente buoni solo con chi la pensa come loro. Con gli altri, tutto è permesso: anche gioire per un cadavere.
Charlie Kirk è stato ucciso, come scritto. La notizia di per sé non cambierà le sorti del pianeta, ma le reazioni sì, quelle dicono molto. I custodi del Bene Assoluto – i vari maestrini di Twitter con l’abbonamento fisso a Repubblica, i professoroni da talk show, gli influencer della coscienza civile – hanno stappato lo champagne. Finalmente un “nemico” in meno. E la cosa più interessante non è la loro gioia scomposta, ma la naturalezza con cui la esibiscono: manco fosse la finale di Champions.
Un tempo questi signori si limitavano a predicare. Poi hanno imparato a censurare: non ti invitavano più in TV, ti oscuravano dalle università, ti segnalavano a Facebook e ti segavano la pagina. Oggi non fanno nemmeno più finta: non gli basta zittirti, vogliono eliminarti. E non in senso metaforico. Lo dicono a chiare lettere: se sei “nel torto”, è giusto che tu sparisca.
Risultato: quelli che da decenni ci spiegano che “bisogna vigilare sul ritorno del fascismo” sono diventati peggio dei fascisti. Solo che, invece di camicie nere e olio di ricino, hanno profili Instagram patinati e dirette su La7. E mentre predicano inclusione, tolleranza e “diritti umani”, sotto il tavolo affilano i coltelli. La paura vera non è che ci credano loro – tanto i soliti Saviano, Lerner e soci campano di indignazione permanente – ma che ci credano gli sciroccati che li seguono. Quelli che leggono un post e pensano che sia un ordine di battaglia.
E allora ecco il rischio: visto che con le urne non smuovono nulla, e le elezioni le perdono o le pareggiano, la tentazione è di passare alla destabilizzazione. Cioè, alla violenza politica. E qui nasce la domanda: come si reagisce? Con l’ennesimo appello bipartisan alla calma di Mattarella? Con un editoriale del Corriere pieno di “ma anche”? O con la solita mozione alla Camera che non legge nessuno? No, grazie. L’unica arma seria si chiama Codice Penale. Articolo 302: “Chi si accorda per commettere delitti contro la personalità dello Stato… tre a sette anni di galera”.
Tradotto: se organizzi la caccia all’avversario politico, non sei un partigiano 2.0, sei un delinquente. Punto. Ma guai a dirlo: perché in Italia se la violenza viene da destra, è fascismo; se viene da sinistra, è “resistenza”. E allora eccoci al paradosso: chi si proclama paladino della democrazia, oggi sogna di eliminarla. Chi predica la diversità, invoca l’uniformità. Chi si dice antifascista, si comporta come il peggiore dei fascisti. E chi inneggia alla libertà, in realtà vuole solo la libertà… di togliere la parola agli altri. La morale? È sempre quella di Flaiano: i fascisti si dividono in due categorie. I fascisti e gli antifascisti. Con la differenza che i primi almeno non fingevano di essere Gandhi.

