Un Paese può aprirsi e contaminarsi, ma senza rinunciare alle proprie radici né accettare crudeltà
di Monica Vendrame
Basta poco, oggi, per accendere lo scontro identitario.
A Jesi è stato un cartello piazzato vicino alle scuole: una sagoma che doveva invitare alla prudenza, con una mamma che spinge un passeggino. Per molti era solo quello, per altri la figura di una donna col burqa. Da un messaggio sulla sicurezza si è passati in un attimo a una polemica politica e social. Le istituzioni hanno parlato di immagine “universale”, ma la percezione è stata diversa: in tanti l’hanno letta come un segnale di cedimento.
A Bologna la disputa non riguarda i marciapiedi ma la tavola. Cinque fratelli di origine siriana hanno aperto una bottega che propone tortellini, tagliatelle e perfino mortadella in versione halal. C’è chi applaude, parlando di inclusione, e chi grida al colpo al cuore della cucina emiliana. Perché il tortellino, piaccia o no, nasce con il maiale. Cambiare l’ingrediente principale significa cucinare un altro piatto, non una variante. E quando la tradizione si piega troppo per adattarsi, smette di essere tradizione.
Ma la questione non è solo gastronomica. Dietro l’etichetta halal c’è anche un nodo etico: la macellazione rituale, nella forma più rigida, prevede che l’animale venga ucciso cosciente, dissanguato con un taglio alla gola. In Italia e in Europa lo stordimento è obbligatorio, ma restano deroghe religiose. Questo vuol dire che, in certi casi, la sofferenza rimane. E qui sta il paradosso: mentre cresce la sensibilità verso il benessere animale e tanti scelgono di ridurre o eliminare la carne, si continuano a tollerare pratiche che la scienza giudica dolorose.
Non si tratta di chiudersi o di rifiutare il nuovo. L’identità può aprirsi, contaminarsi, incontrare altre culture. Ma ci sono limiti che non si possono superare: la tradizione non si svende e la crudeltà non si giustifica.
Se il futuro chiede contaminazioni, che siano arricchimenti e non sostituzioni. Se il progresso parla di etica, che valga per tutti, religioni comprese. Un tortellino senza maiale non è un sacrilegio: è un altro piatto, nulla di più. Un animale lasciato agonizzare invece è un fallimento che riguarda tutti.
L’Italia può cambiare, adattarsi, mescolarsi. Ma non può permettersi di perdere se stessa, né di chiudere gli occhi davanti al dolore.

